Quanto invece alla quota di giovani (18-24enni) con al più la licenza media, che ha abbandonato gli studi senza conseguire un titolo superiore, questa e' pari al 19,2% e colloca il nostro paese in una delle posizioni peggiori nella graduatoria UE27 (media 14,4 per cento nel 2009).
La partecipazione dei giovani al sistema di formazione dopo il termine del periodo di istruzione obbligatoria è pari all'82,2% nella fascia di eta' 15-19 anni e al 21,3% tra i 20-29enni, rispettivamente 2,7 e 3,8 punti percentuali al di sotto dei valori medi dell'Ue27 (anno 2008).
Nell'anno scolastico 2007/08, il 12,3% degli iscritti al primo anno e il 3,5% degli studenti del secondo anno delle scuole superiori abbandonano il percorso di studi prescelto senza completare l'obbligo formativo.
Il 19% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente), quota cresciuta di 3,3 punti percentuali tra il 2004 e il 2009.
Tale livello e' tuttavia ancora molto contenuto rispetto all'obiettivo del 40% fissato da "Europa 2020". I giovani Neet (Not in Education, Employment or Training), non piu' inseriti in un percorso scolastico/formativo, ma neppure impegnati in un'attivita' lavorativa, sono poco piu' di due milioni, il 21,2% tra i 15-29enni (anno 2009), la quota piu' elevata a livello europeo.
Gli adulti impegnati in attivita' formative, un elemento considerato cruciale nella lotta contro l'esclusione sociale, sono il 6% del totale nel 2009, meno della meta' rispetto al livello obiettivo da perseguire entro il 2010 secondo la strategia di Lisbona (12,5 per cento).
Certamente tramite il Censimento Istat 2011 si potrà disporre di un quadro meglio definito, dovremo però aspettare la rielaborazione dei dati.
Comunque, resta incomprensibile il fatto che la classe dirigente del nostro Paese abbia deciso di ridurre i finanziamneti all'Università e all'Istruzione, quando a partire da questi avrebbero dovuto porre in essere strategie di segno opposto.
martedì 28 febbraio 2012
lunedì 20 febbraio 2012
Una prima lettura all' Uovo di Colombo di Confidustria sui beni culturali e la cultura umanistica del Paese
Sulla prima pagina del Supplemento domenicale del Sole 24Ore appare un Manifesto in cinque punti “per una costituente che riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione”. Roberto Napoletano, direttore del quotidiano, scrive: “il Manifesto… è un po’ figlio di un incontro casuale con Armando Torno… di un paio di settimane fa a Milano, largo Cairoli…”: ne sono dunque noti (almeno i principali) autori. Rilevanza e attualità del tema sono evidenti, e sollecitano riflessioni. La collocazione del Manifesto risulta di particolare interesse per chi sia interessato a un’archeologia politica del processo di riforme degli istituti di alta formazione, e si interroghi sulle politiche educative di Confindustria, mai in primo piano come adesso. Una determinata opacità del testo, oscillante tra convenzionale deferenza per le competenze umanistiche; indifferenza o fatale estraneità al tema dichiarato desta perplessità e impone analisi circostanziate. (o il Si prevede di riservare altro alle discipline storiche e sociali che non sia un ruolo ancillare e diminuito? Introduciamo, anticipando conclusioni.
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domenica 19 febbraio 2012
Firma l'appello promosso dagli Associati
Un Quadrifoglio per l’Università
proposta dei Professori Associati italiani promossa dal CoNPAss
proposta dei Professori Associati italiani promossa dal CoNPAss
L’Università come il Paese ha bisogno urgente di liberare risorse ed energie. Perché ciò accada è di fondamentale importanza sciogliere il sistema che limita ad una ristretta frazione di professori – indipendentemente dalla concreta verifica dell’attività da loro svolta – l’accesso alle funzioni direttive e di coordinamento. Questa restrizione, che oltre a rappresentare un inammissibile spreco di risorse determina rendite di posizione e vincoli di subordinazione pesantemente nocivi per un sistema già sofferente di una troppo prolungata carenza di risorse, è determinata da una separazione di ruoli che, in considerazione degli identici compiti didattici e scientifici assegnati ai professori di I e II fascia e, nei fatti, svolti anche dai Ricercatori, non ha alcun fondamento né normativo né operativo (il d.p.r. 382/80, che ancor oggi regola gran parte dello stato giuridico dei professori, prevede(va) al contrario ed esplicitamente una dotazione organica di professori ordinari identica a quella dei professori associati).
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venerdì 10 febbraio 2012
Un primo segnale di buon senso dopo i deliri alla Ichino
Il Governo Monti ripone nelle liberalizzazioni l'aspettativa di dare al Paese la "scossa" che serve per far ripartire la crescita; senza la tenuta del Pil, infatti, gli sforzi richiesti ai cittadini con il decreto salva-Italia rischiano di essere vanificati dal loro esito depressivo in un fragile contesto internazionale.
Il mondo delle Università, sebbene ancora impegnato nella fase attuativa della legge Gelmini e dopo i tagli del 2010 e del 2011, è stato coinvolto a proposito dell'abolizione del valore legale del titolo di studio, per la quale il Governo ha correttamente solo deciso di aprire una discussione. La questione però resta, in particolare l'idea che l'abolizione del valore legale favorisca la competizione fra atenei.
Riteniamo sia giusto promuovere la competizione fra Università; tuttavia, affinché non sia solo una dichiarazione di intenti, occorre innanzitutto definirne il significato e soprattutto le regole. La competizione c'è, solo se fondata su un sistema di regole esplicite, trasparenti e applicabili per tutti. Per questo dobbiamo rispondere alla domanda: su cosa competono gli atenei?
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domenica 29 gennaio 2012
L'Europa, con i suoi obiettivi educativi, è ancora lontana
Secondo l'Istat per quasi un italiano adulto su due il titolo di studio più alto resta il diploma di terza media. È quanto emerge dalle schede del compendio annuale 2011 dal titolo 'Noi Italia', il 47,2% della popolazione in eta' compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio piu' elevato soltanto la licenza di scuola media inferiore, valore che - nel contesto europeo - colloca il nostro Paese molto distante dalla media Ue27 (27,9 per cento nel 2009).
Peggio di noi fanno solo Spagna, Malta, Portogallo.
sabato 28 gennaio 2012
Una lettera così non sarà mai sottoscritta dai rettori degli Atenei del FVG. Indovinate perchè ?
Lettera aperta a S. E. il Ministro
dell’Istruzione, dell’Università e
della Ricerca
P.zza Kennedy, 20
00144 R O M A
Signor Ministro,
lo scorso 14 dicembre il Suo Ministero ha diffuso i dati sulla dotazione di Fondo di Funzionamento Ordinario (F.F.O.) assegnata ai singoli atenei pubblici nazionali, elaborati in base al Decreto
Ministeriale emanato dal Suo predecessore. La cosiddetta “quota
premiale” del Fondo, quest’anno portata al 12% del totale, comporta, come da normativa, premialità e penalizzazioni finanziarie per gli atenei, cosiddetti, “virtuosi” e “non virtuosi”.
La distribuzione geografica delle due categorie di università è tutt’altro che casuale: se si suddividono i 54 atenei valutati in due
gruppi di pari numerosità, ubicati rispettivamente a nord ed a sud del parallelo passante per Foligno, si ottiene la seguente situazione: dei 27 atenei centro-meridionali solo 2 appaiono, peraltro piuttosto
marginalmente, “virtuosi”, mentre delle 27 università del centro-nord ben 23 rientrano in questa “fortunata” categoria. Questo dato potrebbe prestarsi ad interpretazioni fantasiosamente “antropologiche” (che ci auguriamo Lei voglia rigettare), ma può essere – invece – molto più correttamente interpretato guardando a come è ripartito il totale del Fondo, portando in conto, cioè, il restante 88% (86,5%, al netto della quota di cui all’art.11, c.1, della L. 240/2010).
Il Fondo “storicamente” assegnato dal Ministero ai singoli atenei,
infatti, presenta differenze e sperequazioni assolutamente ingiustificabili, se è vero che l’università meglio finanziata riceve (dati 2010) quasi 6.500 € a studente, mentre la meno supportata deve accontentarsi di poco più di 2.200 €, di circa un terzo, cioè. Come a Lei è ben noto, tali differenze hanno origini, appunto, “storiche”, di molto precedenti alla recente introduzione di criteri meritocratici di premialità, configurandosi quindi come vere e proprie, ingiustificabili, sperequazioni.
E’ evidente che, a fronte di premesse così differenziate, i risultati delle valutazioni di merito sui risultati conseguiti non possono che risentire delle differenti condizioni di partenza. Ed infatti, il confronto tra le due classifiche, di “virtuosità” da una parte e di finanziamento storico dall’altra, risulta particolarmente illuminante: dei 27 atenei sovrafinanzati rispetto alla mediana nazionale (dati 2010) solo 8 hanno sede al centro-sud, e, naturalmente, dei 27 atenei sotto finanziati solo 8 sono del centro-nord.
Da questi dati si può quindi razionalmente, ed inconfutabilmente,
dedurre che, in media, gli atenei che ricevono la maggiorazione di
F.F.O. non sono sovrafinanziati perché “virtuosi”, ma risultano (a
questo punto, solo apparentemente) “virtuosi” (cioè con performance superiori alla media) proprio in quanto già preliminarmente sovrafinanziati!
Tale oggettiva e incontestabile sperequazione, che si ripropone, in
termini sempre peggiori (via via che la cosiddetta quota premiale viene aumentata) da tre anni, ha ormai raggiunto livelli di assoluta
insopportabilità, in quanto sta mettendo in discussione la stessa
sopravvivenza di un sistema universitario nazionale, a servizio
dell’intero paese, e non solo delle regioni centro-settentrionali.
La situazione, già grave, è ulteriormente peggiorata dalle discutibili modalità con le quali sono stati finora definiti i criteri ed i pesi dell’algoritmo di premialità: nel merito, in quanto (ad esempio) nella didattica si premia la facilità di superamento degli esami e non la qualità della formazione ricevuta, e nella ricerca si portano in conto solo alcuni capitoli di finanziamento nazionale ed europeo, e non altri, e si ignorano gli indicatori bibliometrici internazionali di produttività scientifica. E nel metodo, poiché criteri e pesi vengono rivisitati ogni anno, e sempre a posteriori, il che vanifica ogni seria volontà di management by objective da parte degli atenei.
E’ appena il caso di ricordare, inoltre, che alle sperequazioni nella distribuzione del finanziamento ordinario si sommano le enormi differenze tra i livelli di tassazione sopportabili dalle rispettive popolazioni studentesche e tra i contributi offerti, alle università
locali, dai rispettivi territori: in primis da parte degli enti locali e delle fondazioni bancarie, notoriamente molto più ricchi nelle regioni centro-settentrionali di quanto accada nel meridione d’Italia. Di tali differenze dovrà tener conto anche il nuovo criterio di valutazione della sostenibilità economico-finanziaria, destinato a sostituire l’attuale “regola del 90%”, se si vogliono evitare ulteriori
discriminazioni a danno degli atenei ubicati nelle regioni più povere,
premiando (paradossalmente) chi ha potuto e voluto applicare tasse
studentesche più elevate, anche oltre il limite di legge del 20% del
F.F.O..
Siamo naturalmente consapevoli del fatto che tutte le anomalie sovra evidenziate hanno cause ben precedenti al recentissimo inizio del Suo mandato, e confidiamo nella Sua universalmente apprezzata esperienza e competenza in materia perché voglia al più presto intervenire per porre rimedio a questa situazione, che rischia di trasformare la premialità meritocratica (della cui indifferibile necessità siamo tutti profondamente convinti) in arbitraria discriminazione.
In particolare, le chiediamo di:
- introdurre un contributo standard per studente, a valere su tutto il territorio nazionale, al fine di uniformare in termini equitativi la distribuzione della cosiddetta “quota storica” del F.F.O.;
- stabilire criteri di valutazione della premialità equi, condivisi con la comunità accademica, e – soprattutto – preventivamente noti e stabili su orizzonti temporali pluriennali;
- sospendere, nelle more dell’introduzione del contributo standard
per studente e della definizione del “nuovo sistema” di valutazione, l’applicazione della quota premiale del F.F.O. 2012, che se fosse effettuata “sulla base dei criteri e dei parametri utilizzati nell’anno 2011”, così come preannunciato nella Sua nota del 30/12 u.s., porterebbe ad ulteriori insopportabili esasperazioni delle sperequazioni innanzi denunciate.
E’ appena il caso di farLe notare che tutti questi interventi
sarebbero “a costo zero”: non richiedendo infatti risorse aggiuntive
rispetto a quelle disponibili, che sono – vogliamo ricordarlo –
complessivamente scarsissime, anche a seguito di passate scelte
politiche che hanno deciso di mortificare il sistema universitario in
termini molto più pesanti di quanto sia stato fatto per tutti gli altri
settori pubblici.
Siamo pertanto fiduciosi che Ella vorrà dedicare a questa nostra
istanza l’attenzione richiesta dalla drammaticità della situazione in
cui tanti atenei nazionali, soprattutto – ma non solo – nel Mezzogiorno, versano per motivi assolutamente indipendenti dalla volontà e dall’impegno dei rispettivi organi accademici e del personale tutto: è in gioco la sopravvivenza del sistema universitario pubblico, unico garante dei diritti costituzionali di accesso dei “capaci e meritevoli” ai gradi più alti dell’istruzione e motore di sviluppo dei territori in cui i singoli atenei sono radicati.
giovedì 26 gennaio 2012
Appello al Parlamento e al Governo. Emergenza Università pubblica
Tasse studentesche più alte e abolizione del valore legale del titolo di studio non miglioreranno l’università pubblica italiana.
Approfittando dell’attenzione dell’opinione pubblica verso le “liberalizzazioni” di alcuni settori di attività del nostro Paese come strumento per una loro modernizzazione, in questi giorni è stata rilanciata - con l’adesione di un gruppo di docenti universitari - la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio (valevole quindi come condizione di accesso ai concorsi per l’impiego pubblico) e di “liberalizzare” le tasse studentesche (già tra le più alte dell’Europa continentale, specie se in rapporto agli scarsi servizi disponibili ed ai livelli di reddito), affiancandovi un sistema di prestiti agli studenti, da restituire dopo l’ingresso nel mercato del lavoro.
Andando all’essenziale, alla base di queste proposte ci sono alcune idee che non ci sentiamo di condividere. La prima è che l’equità sociale delle opportunità di accesso alla formazione universitaria sarebbe ristabilita dal sistema dei prestiti. E’ evidente che si tratta di una finzione (se non di un inganno): un individuo ‘povero’ indebitato, oggi studente domani (forse) lavoratore, non è uguale a (ne’ libero quanto) un individuo ‘ricco’ senza debiti. Anche quando si sostiene che comunque tasse più alte e prestiti sarebbero un sistema più equo dell’attuale, distorto principalmente dall’evasione fiscale, si finisce per far scontare ai giovani, gravandoli precocemente di debiti, l’incapacità dello Stato nel riscuotere i tributi.
La creazione di un mercato dei titoli di studio, conseguente all’abolizione del loro valore legale, metterebbe poi, secondo i proponenti, le università in una sana concorrenza per la qualità. Anche in questo caso siamo di fronte ad una finzione (se non ad un inganno). Date le posizioni di partenza degli atenei, diseguali e caratterizzate da sottofinanziamento, l’unica concorrenza che scatterebbe fra Università sarebbe appunto per le risorse, con conseguente vantaggio dei gruppi di potere accademico, politico ed economico consolidati che invece, si suppone, dovrebbero essere il bersaglio delle politiche di liberalizzazione nel loro spirito più nobile. Il ‘valore legale’ tenderebbe semplicemente ad essere sostituito dal valore monetario necessario per conseguire il titolo di studio. Le due misure associate produrrebbero un effetto micidiale di stratificazione per censo delle Università, acuendo i già presenti dislivelli territoriali che caratterizzano il nostro sistema universitario nazionale. Abolire il valore legale del titolo di studio significa anche abbandonare l’obiettivo di uno standard nazionale di riferimento per la formazione universitaria: al contrario bisogna intervenire perché tutte le università finanziate dallo Stato rispettino tale standard. Anche l’accento (giustamente) posto sulla centralità del merito nella vita universitaria assumerebbe, alla luce di queste misure, un deciso sapore classista.
Queste proposte implicano quindi una decisa spinta alla privatizzazione di fatto dell’università pubblica e alla restrizione sociale dell’accesso. Accettarle significherebbe anche una resa istituzionale all’inefficienza pubblica in vari ambiti, come il controllo dell’evasione fiscale e della qualità dei servizi pubblici, e del reclutamento nell’impiego pubblico.
Per questo chiediamo alla classe politica che si riconosce nella nostra Costituzione Repubblicana e al Governo di rifiutarle, di non accettare scorciatoie fuorvianti ai problemi del finanziamento e del rilancio del sistema educativo e universitario pubblico, così come di altri ambiti preziosi della produzione culturale del Paese. L’università deve restare una istituzione pubblica centrale e deve riprendere a svolgere tutte le sue funzioni, in primis quella di fornire una formazione critica e qualificata, basata su didattica e ricerca libere, plurali e rigorose, con il più ampio accesso sociale agli studi e alle professioni della ricerca e della docenza. Per poter svolgere questo suo ruolo pubblico all’università non serve mettersi in vendita, ma servono politiche e risorse adeguate.
sabato 14 gennaio 2012
Segreto di Stato sul Tunnel dei neutrini; ora si dimette il dg dell'Istruzione
(ANSA) - ROMA, 13 GEN - Il direttore generale del ministero dell'Istruzione Massimo Zennaro ha deciso, in data 10 gennaio 2012, di rassegnare le "proprie dimissioni dall'incarico". Lo ha fatto sapere il ministero. Zennaro si era gia' dimesso il 29 settembre da portavoce dell'allora ministro Mariastella Gelmini per la vicenda del comunicato sul famoso, quanto inesistente, ''tunnel'' Cern-Gran Sasso. Zennaro, pur non essendo l'autore materiale di quel comunicato, se ne era assunto la responsabilita'.
mercoledì 11 gennaio 2012
ROARS: Tutti i segreti del PRIN 2011
Tutti i segreti del PRIN 2011: quanti progetti saranno finanziati e in quali aree, quanti saranno preselezionati e in quali atenei, che costi esporre, come scegliere il coordinatore. Una guida per risolvere il più grande kakuro di tutti i tempi senza rimanere vittime della “regola del buttafuori”
Per proseguire nella lettura e/o acquisire il file pdf del dossier clicca QUI
domenica 8 gennaio 2012
OCCORRE RIDARE FIDUCIA AL SISTEMA UNIVERSITARIO E DELLA RICERCA
Sul famoso giornale economico è stato avviato un interessante dibattito che ha preso le mosse da una lettera aperta di Fabio Beltram (direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa) e Chiara Carrozza (direttore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa) a cui ha dato risposta tramite una intervista il Ministro Francesco Profumo, commentato da Guido Tabellini e che prosegue con un ulteriore contributo del prof. Dario Braga, prorettore alla Ricerca dell'Università di Bologna.
"Vorrei aggiungere un punto di vista laterale alla discussione aperta sui bandi per il finanziamento alla ricerca universitari (Prin e Firb) dalle pagine di questo giornale dall'intervento dei direttori del Sant'Anna e della Scuola Normale di Pisa.
L'Italia non ha materie prime, non ha petrolio, gas, minerali, eccetera. Ha tuttavia una risorsa primaria rinnovabile, ed ecologicamente sostenibile. Essa è costituita dalla stratificazione della sua cultura classica, dalla sua storia, archeologia, arte, filologia, eccetera. È una risorsa ancora non interamente sfruttata (anzi a volte, si direbbe, persino un po' dissipata). È una risorsa ad ampio raggio e generosamente distribuita su tutto il territorio nazionale. Nessun pezzetto di questo Paese ne è privo e, quel che più conta, essa è diversa e differenziata da Nord a Sud e persino da Est a Ovest. È una risorsa che va studiata, ricercata, estratta, accudita, riparata, raccontata, comunicata, e partecipata. Un bene nazionale.
Che nei Programmi di ricerca di interesse nazionale (Prin) o nel Firb “futuro in ricerca” destinato ai giovani, il tema dei nostri beni culturali – nel senso più ampio del termine – non solo non appaia esplicitamente, ma risulti persino disincentivato è poco comprensibile. Eh sì, perché i bandi Prin e Firb, al momento, richiedono che le ricerche siano indirizzate principalmente (con una penalizzazione del 25% del punteggio se così non è) verso i macroargomenti di Horizon 2020: sanità, evoluzione demografica e benessere, sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima e bioeconomia, energia sicura pulita ed efficiente, trasporti intelligenti verdi e integrati, clima, efficienza nelle risorse e materie prime, società inclusive innovative e sicure."
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sabato 31 dicembre 2011
lunedì 26 dicembre 2011
Omaggio a Giorgio Bocca
Messaggio di Giorgio Bocca letto durante la
manifestazione a Milano il 25 aprile 2008
Secondo alcuni revisionisti, come il senatore Pera, l’antifascismo è da archiviare tra i robivecchi, e la Resistenza, un mito inventato dai comunisti. Insomma, quelli che come me erano in montagna dall’otto settembre del ’43, e che il diciannove di quel mese erano con Duccio Galimberti a Boves incendiata dalle SS del maggiore Peiper, stavano in un mito. Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica: ecco che sessantacinque anni dopo dei professorini e dei diffamatori, ci avvertono che era tutta un’invenzione, una favola, un mito. Ma quel mito non se lo sono inventati dei propagandisti politici, quel mito è nato dai fatti di cui parlano le lapidi e i monumenti in ogni Provincia italiana.
La distinzione tra l’antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione. Assistiamo a un revisionismo l’antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione.
Assistiamo a un reazionario che apre la strada a una democrazia autoritaria. Non a caso, nel presente, la globalizzazione economica è un ritorno al colonialismo, con cui l’antifascismo dello stato sociale, delle riforme democratiche, non ha nulla da spartire. C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica per cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed emarginati.
Questa è la vera ragione per cui la Resistenza e l’antifascismo appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere.
Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam.
Così è riapparso il ventre molle del paese, l’eterno qualunquismo che la Resistenza aveva combattuto. Ma siamo ancora qui a ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia. A ricordare quell’alta pagina di solidarietà e di civile dignità, che si chiama Resistenza.
"in Italia c'è ancora molto fascismo, per quello che bisogna essere ora e sempre ANTIFASCISTI."
domenica 25 dicembre 2011
giovedì 15 dicembre 2011
Documento unitario - ESTREMA CRITICITA' DELL'UNIVERSITA' PUBBLICA ITALIANA
ADI, ADU, ANDU, CISL-Università, CNRU, CNU, CoNPAss, FLC-CGIL, RETE29Aprile, SNALS-Docenti Universita, SUN, UDU, UGL-Università, UIL-RUA,
USB-Pubblico impiego
Le Organizzazioni e Associazioni
universitarie denunciano lo stato di estrema criticità in cui versa
l'Università italiana.
Questa situazione sarebbe
destinata a diventare ancora più grave per l'Università pubblica statale se si
dovesse proseguire nella politica dei progressivi e costanti tagli al
finanziamento dell'Università, nella drastica riduzione del diritto allo studio,
nell'aumento a dismisura del numero dei precari con l'espulsione di quelli
attuali, nella differenziazione tra gli Atenei (atenei di ricerca e
insegnamento e atenei di solo insegnamento), nella cancellazione della
partecipazione democratica alla gestione degli Atenei, nell'annullamento della
rappresentanza democratica del Sistema nazionale universitario, nel blocco
della carriera e della retribuzione dei docenti.
L'opposizione del mondo
universitario alla Legge 240/10 esprimeva tutte queste preoccupazioni, assieme
alla convinzione che i suoi contenuti e i tempi di attuazione, sommati ai
pesanti tagli al finanziamento (diversamente da quanto accade negli altri
Paesi), avrebbero portato alla paralisi degli Atenei, così come, purtroppo, sta
avvenendo. Peraltro, nelle more dell'attuazione della Legge, il processo di
lentissima approvazione degli statuti e il ritardo nella emanazione dei più
importanti decreti attuativi accentuano una condizione di blocco che pesa
prevalentemente sulle retribuzioni, i diritti, le carriere del personale
universitario e lascia gli studenti nell'incertezza dell'offerta formativa per
i prossimi anni.
Da parte loro, le Organizzazioni e
Associazioni universitarie - convinte che il Paese abbia bisogno di una
Università pubblica, autonoma, democratica, di qualità e aperta a tutti – hanno
denunciato da tempo quanto stava accadendo e, in particolare:
- l'ulteriore divaricazione fra
pochi Atenei 'eccellenti' e tutti gli altri;
-
la scarsa considerazione
delle esigenze della ricerca;
- il ridimensionamento della
già ridotta autonomia degli Atenei;
- lo snaturamento del diritto
allo studio, con la drastica riduzione dei fondi ad esso destinati, il
tentativo di tagliare a migliaia di studenti idonei la borsa di studio e
l'introduzione dei prestiti d'onore e di altri strumenti di indebitamento.
- il drastico ridimensionamento
dei docenti di ruolo, con la costituzione di una 'base' amplissima di precari,
senza reali prospettive di accesso alla docenza;
- le conseguenze della messa ad
esaurimento dei ricercatori, senza neppure il riconoscimento del ruolo docente,
senza adeguati sbocchi e con una diminuzione della retribuzione rispetto a
quella degli ordinari;
- lo svilimento della figura
dell'associato, trasformata in affollata fascia d'ingresso alla docenza, senza
prospettive di carriera e con una diminuzione della retribuzione rispetto a
quella degli ordinari;
- il ridimensionamento del
ruolo del personale tecnico-amministrativo.
Ma oltre ai contenuti della Legge
approvata, le critiche sono state rivolte anche alla totale chiusura al
confronto che ha caratterizzato tutta l'azione del precedente Ministro; una
indisponibilità che è proseguita nel corso dell'elaborazione dei decreti
attuativi.
Con questi decreti si sta
attentando alla libertà di ricerca e di insegnamento e si sta consentendo che i
Ministri dell'Economia e dell'Università e l'ANVUR possano commissariare gli Atenei e decidere la nascita, la
vita e la morte delle strutture universitarie.
L'azione del Ministero volta a
ridurre i già limitati spazi di democrazia si è espressa pesantemente nel
tentativo di cancellare dagli Statuti quelle norme che consentirebbero una più
ampia partecipazione democratica.
Di fronte a tutto ciò chiediamo al
Governo e al Parlamento una inversione di marcia rispetto alle scelte finora
operate, riconoscendo il ruolo fondamentale dell'Università per lo sviluppo
sociale e economico del Paese.
In questa direzione, chiediamo
interventi per rendere democratici gli Atenei e realmente autonomo il
Sistema nazionale universitario.
Chiediamo infine che il nuovo
Governo avvii con urgenza un costante confronto con le Organizzazioni e Associazioni
universitarie e sollecitiamo il Ministro a dare risposta alla nostra richiesta
di incontro.
Roma, 13 dicembre 2011
mercoledì 14 dicembre 2011
domenica 11 dicembre 2011
venerdì 9 dicembre 2011
Europa 2020 prevede nuovi traguardi apparentemente irragiungibili per il nostro Paese (se continua ad avere obiettivi di segno opposto)
- ridurre il tasso di abbandono scolastico a meno del 10% nella popolazione di età compresa tra i 18 e i 24 anni;
- conseguire una percentuale di laureati pari almeno al 40% nella fascia di età tra i 30-34 anni.

L’Italia è molto lontana da entrambi i traguardi. I giovani (fra i 30-34 anni) in possesso di un diploma di laurea sono il 19% contro una media europea del 30%, dietro di noi si posizionano soltanto la Slovacchia, la Romania e la Repubblica Ceca (Fig. 1). Il livello di istruzione è senza dubbio cresciuto nella popolazione italiana – basti osservare che nella fascia di età 55-64 anni i laureati raggiungono a stento il 10% – ma è altrettanto indubbio che i passi compiuti dal nostro paese sono modesti se comparati a quelli di altri paesi, i “cugini” Francia e Spagna in testa.
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giovedì 1 dicembre 2011
INCREDIBILE: dopo anni un intervento sensato attinente i problemi dell'Università pubblicato dal quotidiano locale "Messaggero Veneto"
"Messaggero Veneto"
GIOVEDÌ, 01 DICEMBRE 2011
Pagina 39 - Cronache
Pagina 39 - Cronache
Atenei, il “problema” di avere tanti studenti
di RINALDO RUI - preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’università di Trieste
Le soluzioni a questa spirale perversa sono tecniche, le scelte sono politiche, e passano attraverso un intervento serio e ragionato a livello nazionale e regionale. Scrivo prendendo spunto da alcuni avvenimenti accaduti recentemente nelle nostre due università della regione Fvg. Mi riferisco in particolare alle notizie relative all’aumento degli immatricolati, notizie riportate con grandissima enfasi, una sorta di gara tra i campanili (tanto per cambiare), e così di campanile in campanile le notizie si propagano per dare sorrisi e gioia agli abitanti di questa regione. Più tardi però, nelle riunioni in ateneo accade il contrario. Si piange perché a Udine i troppi studenti hanno finito per portare l’ateneo sopra la soglia del 20% di spesa per tasse studentesche, mentre a Trieste invece hanno contribuito a non rispettare alcuni “requisiti minimi” di docenza. In entrambi i casi la penalizzazione nasce da una serie di decreti ministeriali che impediscono, ai nostri atenei in particolare, di aumentare il numero di studenti. Perché? Provo a rispondere con un esempio. Esiste un limite di legge nel rapporto tra studenti e docenti e i decreti ministeriali impongono in genere che i corsi di laurea abbiano 100 studenti. Ma se gli studenti sono meno di 50 il corso deve chiudere, e se sono più di 150 servono il doppio dei docenti, che l’ateneo non ha. Per evitare di essere penalizzati l’ateneo dovrebbe poter “anticipare” le scelte dei giovani studenti, cosa impossibile, se non negli incubi di Orwell. C’è però una soluzione semplice: imporre il numero chiuso, definito con eufemismo dai nostri governanti «accesso programmato» per i corsi più appetibili (che non vuol dire fatti bene), e chiudere i corsi con pochi studenti (che non vuol dire fatti male), in entrambi i casi riducendo il numero di studenti. Gli atenei lo stanno già facendo; qualche anno fa c’era solo il corso di laurea in medicina “chiuso”, ora ce ne sono almeno una dozzina per ateneo, e addirittura alcuni atenei stanno progettando di farlo per tutti i corsi di studio. In questo modo viene meno il concetto di «Università pubblica», o «popolare», quella in cui gli studenti si iscrivevano ai corsi di laurea che liberamente sceglievano secondo le loro inclinazioni, mentre gli atenei cercavano di adeguare l’offerta didattica alla domanda, pur mantenendo quelle prerogative di qualità che ogni ateneo deve conservare, se non migliorare. Per capirci, se questi decreti fossero esistiti in passato l’Università di Udine non sarebbe mai nata(!), e Trieste non sarebbe la Città della Scienza (non esisterebbero infatti la Sissa, e tutti gli altri enti di ricerca, nati da docenti triestini «in soprannumero»). E così non ostante la qualità dimostrata a livello nazionale, le nostre due Università regionali, impossibilitate ad assumere nuovi docenti (solo a Trieste ci sono trenta vincitori di concorsi che non possono essere assunti), dovranno avere meno studenti, e quindi meno docenti, e quindi... Con buona pace delle "splendide" notizie di cui sopra. C’è un modo per fermare questa spirale? Le soluzioni sono tecniche, le scelte sono politiche, e passano attraverso un intervento serio e ragionato a livello nazionale e regionale. Ma per farlo ci vorrebbe un’idea di società, ovvero di una cosa che al momento pare “smarrita”.
martedì 29 novembre 2011
Elena Ugolini e Marco Rossi-Doria sottosegretari all'istruzione. Il ministro Profumo tutto solo mantiene la delega all'Università?
Con un Consiglio dei ministri della durata di appena venti minuti, il governo presieduto da Mario Monti ha deciso la lista dei sottosegretari, tutti tecnici. Per l'istruzione, i sottosegretari sono due, Elena Ugolini e Marco Rossi-Doria, personaggi ben noti nel mondo della scuola. Si tratta di 'tecnici', ma riconducibili rispettivamente alle aree politiche del Pdl e al Pd. Viste le loro competenze è prevedibile che i due nuovi sottosegretari si occuperanno essenzialmente di scuola, di università e ricerca sembra che se ne occuperà personalmente il ministro Profumo, già rettore del Politecnico di Torino e presidente del CNR.
Elena Ugolini, classe 1959, laureata in Filosofia nell’Università di Bologna, dal 1993 è dirigente scolastico del liceo e della scuola secondaria di I grado “M. Malpighi” di Bologna, istituto paritario. Nel 1998 ha fatto parte della “Commissione dei saggi” istituita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Dal luglio 2001 è stata nominata nel gruppo ristretto di lavoro istituito dal Ministro dell’educazione Letizia Moratti per la predisposizione degli indirizzi concernenti il nuovo sistema di valutazione del sistema scolastico italiano. A partire dal 2005 ha sempre fatto parte degli organi di governo dell'Invalsi, occupandosi, in particolare, della rilevazione degli apprendimenti per il sistema nazionale di valutazione e della prova nazionale all'interno dell'esame di stato del primo ciclo.
giovedì 24 novembre 2011
Dalla RSU del Politecnico di Torino: ritratto del nuovo ministro Profumo
Dalla RSU del Politecnico di Torino:
ritratto del nuovo ministro Profumo
Chi è Francesco Profumo?
Profumo è Rettore del Politecnico di Torino dall’ottobre 2005 (ora in aspettativa per l’incarico governativo);
Dal 2007 ad oggi è membro del Consiglio di Amministrazione di FIDIA S.p.A.;
dal 2007 al 2009 è stato membro del Consiglio di Amministrazione del Sole 24 Ore;
dal 2008 al 2010 è stato membro del Consiglio di Amministrazione di Unicredit Private Bank;
dal Febbraio 2011 è membro del Comitato Consultivo Divisionale Private Banking di UniCredit Banca;
è membro dell’Advisory Board del Fondo Innogest e di Reply S.p.A;
Consigliere di Amministrazione di Pirelli & C. S.p.A. dal 21 aprile 2011;
Consigliere di Amministrazione di Telecom Italia dal 12 aprile 2011.
Dopo anni di governo dell’Ateneo, aprendone le porte a FIAT, MOTOROLA, GENERAL MOTOR , PIRELLI e promuovendo un incubatore d’impresa all’avanguardia a livello nazionale, nel 2010 ha tenuto sulle spine tutti prospettando la sua disponibilità alla candidatura a Sindaco del Comune di Torino nelle liste del PD. Candidatura che, pur avendo l’appoggio trasversale di Centro-sinistra, dei vertici imprenditoriali, nonché di ampi settori della CGIL cittadina, ha ritirato a causa della sua indisponibilità ad affrontare le elezioni primarie.
Chiuso il capitolo delle elezioni comunali, è stato poi nell’agosto 2011 nominato dal MIUR alla Presidenza del CNR.
Il rapporto privilegiato di Profumo con la Gelmini è testimoniato dal fatto che il Politecnico, durante il mandato dell’allora Direttore Amministrativo Dott. M. Tomasi, si è classificato ai vertici della graduatoria degli Atenei italiani, diventando miracolosamente primo nel 2010, quando Tomasi è entrato ufficialmente nell’entourage della Gelmini, andando a ricoprire l’incarico di Direttore Generale del ministero di Viale Trastevere.
Affermare che Profumo ha avuto un ruolo determinante nella stesura della riforma Gelmini viene spontaneo, se si esamina il piano strategico del Politecnico che già nel 2007 impegnava l’Ateneo ad investire nella ricerca applicata, attirando finanziamenti privati che attualmente superano per entità quelli pubblici.
Sempre in tale direzione l’Ateneo ha iniziato, prima ancora dell’approvazione della legge 240, una riorganizzazione che ha comportato la chiusura di sedi decentrate, l’adozione del sistema contabile economico-patrimoniale e di un regime aziendalistico propri della Legge Gelmini.
Tale percorso è stato attuato ignorando il malessere di Studenti, Ricercatori e Personale Tecnico-Amministrativo, disattendendo accordi integrativi di Ateneo e ignorando scioperi e manifestazioni.
L’attuale bozza di statuto del Politecnico, ha vissuto un travagliato iter ed è stata di fatto respinta nel referendum dall’80% del personale tecnico-amministrativo, passando per un “pelo” solo grazie al peso dei voti (erano necessari 7 voti del personale tecnico ed amministrativo per fare un voto di un docente).
Dulcis in fundo, informiamo che il giorno prima (15 novembre 2011) della cessazione del mandato della Gelmini, il MIUR ha inviato al Politecnico il suo parere sulla bozza di statuto, offrendo così al Magnifico Prof. Profumo, la possibilità di approvare, nella sua nuova veste di Ministro, la versione finale dello statuto del Politecnico di Torino.
In conclusione, non possiamo condividere l’ottimismo di certi gruppi politici e sindacali che si aspettano dal nuovo Ministro dell’Istruzione del Governo Monti segnali di discontinuità nel processo oramai ventennale di dismissione dell’Università pubblica a spese di studenti, precari e personale tecnico-amministrativo.
E’ necessario, viceversa, alzare la guardia, mobilitare i lavoratori, i precari, gli studenti, poiché Profumo non sarà meglio di Gelmini.
La deriva aziendalistica e privatistica della scuola e dell’università, perseguita da tutti i governi negli ultimi 20 anni, con il Prof. Francesco Profumo ministro, uomo delle banche e di Confindustria, rischia una brusca accelerazione e di giungere a compimento.
Le RSU del Politecnico di Torino, in lotta contro le politiche del rettore Profumo, contro i tagli al salario accessorio, contro la riorganizzazione unilaterale dell’organizzazione del lavoro, per il rispetto degli accordi sindacali e contro il licenziamento dei precari, hanno indetto lo stato di agitazione e nei prossimi giorni saranno programmate in tutte le sedi del Politecnico una serie di assemblee e di incisive azioni di lotta, che assumono oggi una valenza più generale.
Torino, 20 novembre 2011 RSU Politecnico Torino
ritratto del nuovo ministro Profumo
Chi è Francesco Profumo?
Profumo è Rettore del Politecnico di Torino dall’ottobre 2005 (ora in aspettativa per l’incarico governativo);
Dal 2007 ad oggi è membro del Consiglio di Amministrazione di FIDIA S.p.A.;
dal 2007 al 2009 è stato membro del Consiglio di Amministrazione del Sole 24 Ore;
dal 2008 al 2010 è stato membro del Consiglio di Amministrazione di Unicredit Private Bank;
dal Febbraio 2011 è membro del Comitato Consultivo Divisionale Private Banking di UniCredit Banca;
è membro dell’Advisory Board del Fondo Innogest e di Reply S.p.A;
Consigliere di Amministrazione di Pirelli & C. S.p.A. dal 21 aprile 2011;
Consigliere di Amministrazione di Telecom Italia dal 12 aprile 2011.
Dopo anni di governo dell’Ateneo, aprendone le porte a FIAT, MOTOROLA, GENERAL MOTOR , PIRELLI e promuovendo un incubatore d’impresa all’avanguardia a livello nazionale, nel 2010 ha tenuto sulle spine tutti prospettando la sua disponibilità alla candidatura a Sindaco del Comune di Torino nelle liste del PD. Candidatura che, pur avendo l’appoggio trasversale di Centro-sinistra, dei vertici imprenditoriali, nonché di ampi settori della CGIL cittadina, ha ritirato a causa della sua indisponibilità ad affrontare le elezioni primarie.
Chiuso il capitolo delle elezioni comunali, è stato poi nell’agosto 2011 nominato dal MIUR alla Presidenza del CNR.
Il rapporto privilegiato di Profumo con la Gelmini è testimoniato dal fatto che il Politecnico, durante il mandato dell’allora Direttore Amministrativo Dott. M. Tomasi, si è classificato ai vertici della graduatoria degli Atenei italiani, diventando miracolosamente primo nel 2010, quando Tomasi è entrato ufficialmente nell’entourage della Gelmini, andando a ricoprire l’incarico di Direttore Generale del ministero di Viale Trastevere.
Affermare che Profumo ha avuto un ruolo determinante nella stesura della riforma Gelmini viene spontaneo, se si esamina il piano strategico del Politecnico che già nel 2007 impegnava l’Ateneo ad investire nella ricerca applicata, attirando finanziamenti privati che attualmente superano per entità quelli pubblici.
Sempre in tale direzione l’Ateneo ha iniziato, prima ancora dell’approvazione della legge 240, una riorganizzazione che ha comportato la chiusura di sedi decentrate, l’adozione del sistema contabile economico-patrimoniale e di un regime aziendalistico propri della Legge Gelmini.
Tale percorso è stato attuato ignorando il malessere di Studenti, Ricercatori e Personale Tecnico-Amministrativo, disattendendo accordi integrativi di Ateneo e ignorando scioperi e manifestazioni.
L’attuale bozza di statuto del Politecnico, ha vissuto un travagliato iter ed è stata di fatto respinta nel referendum dall’80% del personale tecnico-amministrativo, passando per un “pelo” solo grazie al peso dei voti (erano necessari 7 voti del personale tecnico ed amministrativo per fare un voto di un docente).
Dulcis in fundo, informiamo che il giorno prima (15 novembre 2011) della cessazione del mandato della Gelmini, il MIUR ha inviato al Politecnico il suo parere sulla bozza di statuto, offrendo così al Magnifico Prof. Profumo, la possibilità di approvare, nella sua nuova veste di Ministro, la versione finale dello statuto del Politecnico di Torino.
In conclusione, non possiamo condividere l’ottimismo di certi gruppi politici e sindacali che si aspettano dal nuovo Ministro dell’Istruzione del Governo Monti segnali di discontinuità nel processo oramai ventennale di dismissione dell’Università pubblica a spese di studenti, precari e personale tecnico-amministrativo.
E’ necessario, viceversa, alzare la guardia, mobilitare i lavoratori, i precari, gli studenti, poiché Profumo non sarà meglio di Gelmini.
La deriva aziendalistica e privatistica della scuola e dell’università, perseguita da tutti i governi negli ultimi 20 anni, con il Prof. Francesco Profumo ministro, uomo delle banche e di Confindustria, rischia una brusca accelerazione e di giungere a compimento.
Le RSU del Politecnico di Torino, in lotta contro le politiche del rettore Profumo, contro i tagli al salario accessorio, contro la riorganizzazione unilaterale dell’organizzazione del lavoro, per il rispetto degli accordi sindacali e contro il licenziamento dei precari, hanno indetto lo stato di agitazione e nei prossimi giorni saranno programmate in tutte le sedi del Politecnico una serie di assemblee e di incisive azioni di lotta, che assumono oggi una valenza più generale.
Torino, 20 novembre 2011 RSU Politecnico Torino
mercoledì 23 novembre 2011
lunedì 21 novembre 2011
ACCORDI AL VIA TRA ATENEI E IMPRESE IN LOMBARDIA, PIEMONTE, VENETO ED EMILIA-ROMAGNA
Un vero e proprio contratto prima di finire l'università, per muovere in anticipo i primi passi nel mondo del lavoro e stringere i tempi di assunzione.
Una chance per una parte dei neoiscritti alle scuole di dottorato dell'Università di Padova, che da gennaio potranno essere assunti dalle imprese del Veneto. Ma anche per gli studenti di dieci atenei lombardi, dove sono in fase di progettazione corsi di laurea con l'ultimo anno in azienda.
In Piemonte, invece, già da settembre sui tavoli della Regione sono arrivate le prime richieste di dottorato mentre per lauree e master è al rush finale l'accordo con gli atenei.
Sono solo alcune delle iniziative avviate sul territorio per rilanciare l'alto apprendistato, riformato dal Testo unico appena entrato in vigore e inserito tra gli otto punti dell'accordo tra Confindustria e CRUI presentato lunedì scorso: nel quadro della riforma del terzo livello della formazione superiore - si legge nel documento - l'obiettivo è accrescere il numero di percorsi di dottorato collegati con la domanda delle imprese.
(Fonte: F. Barbieri, Il Sole 24 Ore 14-11-2011)

Una chance per una parte dei neoiscritti alle scuole di dottorato dell'Università di Padova, che da gennaio potranno essere assunti dalle imprese del Veneto. Ma anche per gli studenti di dieci atenei lombardi, dove sono in fase di progettazione corsi di laurea con l'ultimo anno in azienda.
In Piemonte, invece, già da settembre sui tavoli della Regione sono arrivate le prime richieste di dottorato mentre per lauree e master è al rush finale l'accordo con gli atenei.
Sono solo alcune delle iniziative avviate sul territorio per rilanciare l'alto apprendistato, riformato dal Testo unico appena entrato in vigore e inserito tra gli otto punti dell'accordo tra Confindustria e CRUI presentato lunedì scorso: nel quadro della riforma del terzo livello della formazione superiore - si legge nel documento - l'obiettivo è accrescere il numero di percorsi di dottorato collegati con la domanda delle imprese.
(Fonte: F. Barbieri, Il Sole 24 Ore 14-11-2011)

mercoledì 16 novembre 2011
17 NOVEMBRE - Giornata di mobilitazione studentesca in diretta radio
Anche quest’anno le radio universitarie italiane tornano a far sentire la propria voce con una diretta a reti unificate, capitanata da Unica Radio, la web radio degli studenti universitari di Cagliari.
Giovedì 17 Novembre, dalle 11 alle 13 andrà in onda uno special in collaborazione con le radio universitarie di Padova, Perugia, Verona, Catania, Vercelli, Pavia, Trento, Palermo, Pisa, Ferrara, Prato e con RadUni, l’associazione nazionale degli operatori dei media universitari e Ustation.it.
Collegamenti in diretta con i corrispondenti dalle piazze di Padova, Trento, Milano, Roma, Madrid, Bruxelles e nel corso della diretta, gli interventi del Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari, prof. Giovanni Melis, del presidente dell’Ersu Cagliari, dott.ssa Daniela Noli, Claudio Siciliano della Retedellaconoscenza.it, Andrea Coinu, coordinatore nazionale dell’UDU e Marco Meloni, esponente del Partito Democratico.
Lo slogan che accompagna l’edizione 2011 della giornata internazionale di mobilitazione studentesca è “Take the streets, take the future”.
Non si tratta di una data casuale.
Il 17 Novembre 1939 un gruppo formato da 9 studenti cecoslovacchi rimase vittima di un eccidio che aveva l’intento di reprimere le mobilitazioni contro la guerra.
Sempre il 17 Novembre 1973, l’occupazione del Politecnico di Atene ad opera di studenti universitari venne sgomberata dai carri armati dei Colonnelli e sempre i carri armati furono lo strumento di repressione per gli studenti cecoslovacchi nel 1989, durante la commemorazione dell’eccidio del ‘39.
Nel 2003 il Social Forum Mondiale di Porto Alegre in Brasile e nel 2004 a Mumbai in India, l’assemblea studentesca mondiale ha ripreso questa giornata trasformandola da momento prettamente celebrativo a occasione di lotta.
Si tratta di una ricorrenza sentita in tutto il mondo, che ha tra i suoi scopi quello di proteggere il diritto all’istruzione e al sapere accessibile a tutti, senza distinzione alcuna.
Ancora una volta gli studenti tornano in piazza per manifestare contro tutte le scelte che mettono in pericolo il diritto allo studio uguale per tutti.
Partire dalla conoscenza per uscire dalla crisi è possibile, perché solo una società dove tutti possono accedere ad un’istruzione, indipendentemente dalle possibilità economiche è una società che ha un futuro.
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