martedì 27 agosto 2013

Le polemiche servono per sviare il vero problema: bisogna "archiviare" la Legge 240/2010


A proposito dell'assurda proposta di chiudere alcune Università (Bari, Messina, Urbino) formulata dal giornalista Giavazzi del "Corriere della sera", che è un'ulteriore prova della strategia portata avanti negli ultimi anni dalla destra più becera, dalla lega, dalla confindustria e con il più o meno tacito assenso della CRUI (conferenza dei rettori): disintegrare la Scuola e l'Unversità pubblica.
Il vero problema è questa assurda, sciagurata e disastrosa legge 240/2010, tristemente nota come "legge GELMINI", e la politica economica dei poteri forti che vedono nel pubblico una voce di costo e non un doveroso investimento sulle generazioni future.
Non bisogna dimenticare che in 20 anni l’unica vera riforma strutturale fatta dai vari governi Berlusconi è stata proprio quella sull’Università, cosa ci dovevamo aspettare? 

Per cui dispiace che i media non si occupino di quello che sta accadendo nelle Università, o se ne occupino solo per episodi futili e marginali capaci di fare notizia.

Vero è che il nostro Paese avrebbe avuto bisogno di una riforma universitaria, chi lavora nell'Università lo sa bene, ma, una vera Riforma, non questa riforma! 
Alcune delle ricadute negative delle nuove norme erano state previste in largo anticipo, prima dell'entrata in vigore della legge, ma la situazione odierna è ancora più amara, complessa e senbra prioprio senza vie di uscita
Una situazione che condanna l'Università e la Ricerca italiana ad un oscuro periodo di ulteriore decadenza, e la Scuola non è messa meglio. 
Paradossalmente la così detta "riforma" aggrava proprio i mali che da sempre affliggono l'università italiana: 
- danni strutturali determinati dalla scomparsa delle Facoltà (tradizione secolare, a loro posto i macrodipartimenti ingestibili e incontrollabili); 
- rafforzamento delle lobby di potere interno che fanno capo a poche figure (Rettore, direttori di dipartimento, consiglieri del Consiglio di amministrazione, Direttore generale); 
- incremento di una burocrazia ottusa e dissennata; 
- ordinamenti didattici e corsi di laurea a volte astrusi; 
- il personale docente e il personale amministrativo fuori dai giochi allo sbando e senza controllo (dopo un anno dall'entrata in vigore dei nuovi Statuti d'Ateneo c’è ancora una grande confusione e disservizi a diversi livelli); 
- mancanza cronica di finanziamenti, dove i pochi finanziamenti vanno sempre agli stessi gruppi (incredibile a dirsi); 
- il blocco del turnover e la "fuga" dei docenti verso la pensione hanno creato vuoti incolmabili e condizionamenti all'offerta didattica che non trovano giustificazione logica anche se l'introduzione di procedure di Qualità con l'Accreditamento dei Corsi di studio, avrebbe potuto far ben sperare
- la valutazione delle università mediante i parametri dell'ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), dopo anni di tagli indiscriminati e puntando ad analizzare dati parziali e non sempre certi, fotografa una situazione non sempre veritiera e che fa acqua da tutte le parti; 
-  le procedure in corso per abilitare i nuovi docenti universitari per i prossimi anni sono astruse e probabilmente comporteranno una valanga di ricorsi con relativo blocco delle abilitazioni, con perdite economiche difficilmente quantificabili, tutto resterà bloccato anche perché non è difficile immaginare che molte Università non avranno i finanziamenti necessarie per assumere i docenti abilitati; 
- il taglio indiscriminato dei finanziamenti per il diritto allo studio, tanto che in alcune regioni i migliori studenti che non hanno possibilità economiche non potranno continuare gli studi;
- il dibattere sull'opportunità di togliere il "valore legale" del titolo di studio e di introdurre modelli di finanziamento  "d'onere" mediati acriticamente dagli USA, dove si sono rilevati essere forrieri di gravi problemi finanziari e sociali.
Tutto quanto descritto, se non si interrompe la spirale perversa avviata da una Legge sbagliata (L.240/2010), inevitabilmente determinerà un'ulteriore e progressiva diminuzione della qualità della didattica e della ricerca, basta aspettare qualche anno.
I primi segnali sono sotto gli occhi di tutti: calo degli iscritti e calo dei laureati, ma un'altra cosa grave è la diminuzione della qualità dei laureati, in parte confermata dalla difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro. 
Questo è quello che sta accadendo nelle università italiane.
La situazione è gravissima perché è in gioco il futuro delle prossime generazioni e dell'Italia stessa. 
La politica si dovrebbe fare carico di tutto ciò e con essa la pubblica opinione più responsabile.  
La "riforma Gelmini" non è emendabile, bisognerebbe  rottamarla e al più presto.  
Sicuramente con il governo Letta questo è impossibile perché tra le tante emergenze, purtroppo, i problemi dell'università non sono una priorità.  
Non dobbiamo rassegnarci ma essere consapevoli che ci terremo ancora, non si sa per quanto tempo, questa sciagurata "riforma" che ci trascinerà in una palude di inefficienza, disuguaglianza e arretratezza.
Non è con la disinformazione che ci si costruisce un futuro economico e sociale del nostro Paese.
 
PS: 
Si ritiene opportuno aggiunge la segnalazione di ROARS a un articolo del New York Times che ben chiarisce di cosa stiamo parlando. Clicca qui  
 

mercoledì 14 agosto 2013

Per tornare alla cruda realtà basta leggere le tabelle stipendiali del personale della Camera

 




Leggete (subito dopo pag. 9) le tabelle stipendiali e le tabelle delle indennità di varie tipologie di personale dipendente della Camera.

Mentre tutti noi stiamo con gli stipendi fermi dal 2010 e lo saremo almeno fino alla fine del 2014.

Clicca QUI per le tabelle_9_agosto_2013



sabato 29 giugno 2013

Margherita Hack non è mai stata di quelli che “conoscono tutto, capiscono tutto e non fanno mai niente”


Margherita Hack era una di quelle persone che non si tiravano mai indietro. 
La sua apparente fragilità fisica faceva risaltare ancora di più la sua straordinaria forza di combattente. 
Non è mai stata di quelli che “conoscono tutto, capiscono tutto e non fanno mai niente” di cui è piena l’università. 
 Men che meno si è fatta abbindolare dalle sirene della “meritocrazia, eccellenza, spin off, governance, tenure track,” ecc: tutta quella serie di parole chiave a cui in tanti sono andati dietro perché “meglio la riforma Gelmini che nessuna riforma”.
Tra i numerosi contributi culturali alla Società civile oltre che alla Comunità accademica di Margherita Hack segnaliamo l'intervista sul Blog "i ricercatori non crescono sugli alberi".  


mercoledì 19 giugno 2013

Mozione respinta ma non di priva di fondamento



Atto Camera

Mozione 1-00035
presentato da
GALLO Luigi
testo di
Martedì 11 giugno 2013, seduta n. 31
La Camera,
premesso che:

nella relazione congiunta 2010 del Consiglio e della Commissione dell'Unione europea sull'attuazione del programma di lavoro «Istruzione e formazione 2010», l'istruzione e la formazione sono al centro dell'agenda di Lisbona per la crescita e l'occupazione e costituiscono un elemento essenziale del suo follow-up fino al 2020. 

Per la crescita e l'occupazione, ed anche per l'equità e l'inclusione sociale, è fondamentale dar vita a un «triangolo della conoscenza:  

istruzione/ricerca/innovazione» che funzioni e fare in modo che tutti i cittadini siano meglio qualificati; pertanto, viene ribadita la necessità di investire nei sistemi di istruzione e formazione anche, e soprattutto, in periodi di crisi economica per rispondere a sfide socioeconomiche essenziali;

dalla relazione sopra citata si legge che, a livello nazionale, gli Stati membri dovranno, tra l'altro, garantire: investimenti efficienti nei sistemi di istruzione e formazione a tutti i livelli (dalla scuola materna all'insegnamento superiore), migliorare i risultati nel settore dell'istruzione in ciascun segmento (prescolastico, elementare, secondario, professionale e superiore) nell'ambito di un'impostazione integrata, che comprenda le competenze fondamentali e miri a ridurre l'abbandono scolastico e migliorare l'apertura e la pertinenza dei sistemi di istruzione, creando quadri nazionali delle qualifiche, e conciliare meglio i risultati nel settore dell'istruzione con le esigenze del mercato del lavoro;

gli interventi nel settore culturale, intesi come la valorizzazione dell'immenso patrimonio culturale e come sostegno delle università e degli istituti di ricerca, possono costituire incentivo alle imprese virtuose e rilanciare il turismo: basti pensare che uno studio del 2008, realizzato dall'istituto Guglielmo Tagliacarne per l'Unioncamere e il Ministero per i beni e le attività culturali, mette in evidenza un settore culturale che ricopre una posizione di primo piano nell'economia nazionale, quantificabile al 2006 in un valore aggiunto di circa 167 miliardi di euro e un assorbimento di 3,8 milioni di occupati (rispettivamente il 12,7 per cento e il 15,4 per cento del totale delle attività economiche);
 

secondo la ricerca «Sponsor Value® - Cultura e Spettacolo» realizzata da StageUpSport & Leisure Business e Ipsos, se l'Italia investisse in cultura quanto mediamente fanno Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna, il prodotto interno lordo nazionale indotto raggiungerebbe i 140 miliardi di euro, con un incremento rispetto ad oggi del 253 per cento;
 

per «cultura» si deve intendere una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica e conoscenza, tutela dei beni culturali, sviluppo e fruizione della produzione culturale, in questo senso il rapporto dialettico tra sviluppo economico e culturale rappresenta un volano per la crescita produttiva e sociale;
 

le politiche in materia di cultura che hanno caratterizzato le precedenti legislature sono state fortemente condizionate da una progressiva e perdurante riduzione dei finanziamenti pubblici; basti pensare che, a fronte di stanziamenti pari a 2.098 milioni di euro per l'anno 2008, si è passati a soli 1.512 milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2013, determinando una decurtazione di circa un quarto degli stanziamenti previsti;
 

la politica dei tagli, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo sconsiderata, che nella XVI legislatura nel solo settore scuola ed università ha tolto 7.565 milioni di euro all'istruzione, all'università e alla ricerca, con un taglio alla voce di bilancio dello Stato che passa, negli ultimi cinque anni, dal 10,6 per cento al 9,1 per cento, producendo un processo di impoverimento culturale e sociale che mina la stabilità del vivere civile e solidale, relega l'Italia agli ultimi posti in Europa in quanto a investimenti nell'istruzione, quando invece Germania e Francia investono fino a 10 volte più del nostro Paese;
 

i tagli lineari effettuati nella scuola, compresi i pesanti tagli ai fondi «Miglioramento dell'offerta formativa» e «Fondo delle istituzioni scolastiche», che solo nell'ultimo anno sono stati decurtati del 33 per cento, hanno comportato, tra l'altro, il ridimensionamento della rete scolastica, la riduzione del tempo pieno, l'impossibilità di svolgere attività laboratoriali e in compresenza, una complessiva riduzione dei servizi e delle offerte formative (come i corsi di recupero e potenziamento), fino a una grave carenza di risorse per l'ordinario funzionamento delle scuole;
 

dal settembre 2008 al settembre 2013 il numero degli alunni dalla prima elementare alla quinta liceo è cresciuto di 90.990 unità e, in uno sviluppo normale del rapporto discente-docente, questa crescita avrebbe dovuto significare 9.000 insegnanti in più; al contrario, in cinque anni ci sono stati 81.614 docenti in meno;
 

sempre nei cinque anni presi in considerazione, le classi sono diminuite di 9.285 unità, mentre ne sarebbero servite 4.500 in più (con una media di 20 alunni per aula), vista la forte crescita di iscritti, con la naturale conseguenza che sono aumentate le «classi pollaio»: il limite di 20 alunni per classe in presenza di un compagno con disabilità – regola definita per legge – quasi mai viene rispettato;
 

a fronte della più bassa percentuale in Europa di spesa pubblica in istruzione (fonte Eurostat), l'Italia ha tagliato in ogni ciclo scolastico: 28.032 posti nella primaria, 22.616 nella secondaria di primo grado, 31.464 nella secondaria di secondo grado; inoltre, con gli accorpamenti, alla fine dell'anno scolastico scompariranno 2.094 scuole, il 20 per cento, e si calcola che sono 557 gli istituti sul territorio senza un preside, né un dirigente amministrativo;
 

il precariato scolastico – che conta ormai oltre 200.000 tra insegnanti abilitati e non formalmente abilitati anche se idonei all'insegnamento – è diventato un elemento strutturale del sistema, anche a causa delle suddette politiche che hanno impedito un graduale assorbimento di chi, dopo aver superato procedure concorsuali, frequentato corsi e conseguito titoli abilitanti, per anni ha prestato la propria professionalità, garantendo, di fatto, il funzionamento della scuola pubblica;
 

secondo un rapporto di Legambiente del 2012, quasi la metà degli edifici scolastici non possiede le certificazioni di agibilità, più del 65 per cento non ha il certificato di prevenzione incendi e il 36 per cento degli edifici ha bisogno di interventi di manutenzione urgenti, senza contare che il 32,42 per cento delle strutture si trova in aree a rischio sismico e un 10,67 per cento in aree ad alto rischio idrogeologico;
 

il decreto ministeriale del 3 ottobre 2012, recante l'approvazione del programma di edilizia scolastica, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 7 del 9 gennaio 2013, relativo al piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, riguarda 989 edifici scolastici per un costo stimato complessivo di 111.800.000,00 euro; tuttavia, non si può fare a meno di rilevare che dalla ripartizione regionale dei fondi il rapporto tra il valore del finanziamento con il numero di scuole (pubbliche e private) presenti in ciascuna regione (dati Istat 2011), il Nord ne riceverà il 69 per cento, il Centro il 28 per cento e il Sud e le Isole appena il 3 per cento, un'evidente ripartizione squilibrata che consegna un Italia con territori che non hanno gli stessi diritti di avere scuole di uguale livello in termini di sicurezza;
 

le risorse economiche destinate all'università sono state drasticamente diminuite per effetto del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, ed in particolare sono stati tagliati oltre 1.440 milioni di euro sui fondi di finanziamento ordinario delle università;
 

si sono ridotte in maniera drammatica le possibilità di reclutamento e avanzamento di carriera e si limitano le possibilità di utilizzo delle risorse per cessazioni, al punto che se nel 2010 gli atenei in media sono riusciti a mantenere un reclutamento pari al 41 per cento circa dei pensionamenti, per l'attuazione del decreto-legge n. 180 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 1 del 2009, d'ora in poi la percentuale media – stando alle simulazioni del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca – sarà almeno dimezzata, con una consequenziale migrazione di ricercatori all'estero;
 

la legge n. 240 del 2010, di riforma del sistema universitario, ha soppresso la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con quella del ricercatore a tempo determinato, escludendolo da qualsiasi possibilità di crescita professionale e di carriera; inoltre, la riforma stessa rende insostenibili molti corsi di laurea, che saranno costretti a chiudere, in quanto i criteri stabiliti non tengono conto del quadro reale esistente, ma sono volti anch'essi esclusivamente ad un taglio delle spese;
 

in particolare, nell'ultimo anno i ricercatori strutturati si sono ridotti di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400), mentre quelli precari sono passati da 33.000 a 13.400. Pertanto, questi quasi ventimila precari sono stati, di fatto, «espulsi» dal sistema accademico: niente rinnovo, niente tutele, niente università. Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. L'Adi stima che l'85 per cento degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria;
 

il decreto-legge n. 95 del 2012, cosiddetto spending review, ha modificato l'articolo 5, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 306 del 1997, che limitava al 20 per cento del fondo di funzionamento ordinario delle università l'ammontare complessivo del gettito delle tasse universitarie per ateneo e, di conseguenza, ha liberalizzato la tassazione universitaria, facendo sì che il minor gettito di risorse da parte dello Stato sia coperto dallo studente con una tassazione molto più onerosa;
 

il decreto legislativo n. 68 del 2012 ha modificato completamente l'impianto del diritto allo studio, già abbastanza iniquo, riducendo drasticamente il numero di idonei per le borse di studio, in quanto i nuovi criteri sono stati studiati nell'ottica di tagliare la spesa, e comportando un aumento della tassa regionale per il diritto allo studio;
 

il settore dei beni culturali rientra tra gli assi principali di riferimento anche a livello europeo, fondandosi esso sul riconoscimento delle ampie potenzialità espresse dalle attività connesse alla conservazione, al restauro e alla gestione del patrimonio culturale e su quanto esse siano in grado di contribuire in modo efficace alla realizzazione di una concreta ed efficace politica costruttiva con effetto sinergico su diversi settori;
 

l'Italia è il Paese che possiede il patrimonio artistico e culturale più importante del mondo, sia in termini di quantità (l'Italia è il Paese con la maggior distribuzione di musei sul territorio) che di qualità; una fonte di informazione autorevole in merito è rappresentata dalla lista del patrimonio mondiale elaborata dall'Unesco, Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, la scienza e la cultura, dalla quale risulta che l'Italia è il Paese che detiene il maggiore patrimonio culturale del mondo; pertanto, se adeguatamente valorizzato, rappresenterebbe una risorsa inestimabile in termini socioculturali ed economici;
 

tuttavia, l'inadeguatezza delle risorse, destinate alla conservazione e alla valorizzazione dell'immenso patrimonio italiano dei beni culturali, è diventata oltremodo insostenibile; pertanto, è auspicabile una politica di rilancio del piano di manutenzione ordinaria dei beni culturali, con fondi da rimodulare e con risorse ulteriori;
 

anche il settore dello spettacolo subisce tagli in conseguenza delle misure della spending review e della recente sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2012, che ha ordinato il reintegro dei tagli agli stipendi dei dirigenti; la cifra complessiva di stanziamento del fondo unico per lo spettacolo, il finanziamento che lo Stato dà al settore, è pari a 389,8 milioni per il 2013. Nel 2012 erano 411, 414 nel 2010, addirittura 527 nel 2001. Si tratta di un taglio consistente (20 milioni) che riduce oltremodo l'investimento statale nel settore, confermando così le peggiori previsioni;
 

lo stanziamento sarà distribuito, come sempre, per il 47 per cento alle fondazioni liriche (ma per effetto del taglio si divideranno 10,1 milioni di euro in meno), il cinema vedrà il 18,59 per cento e i teatri 16,4 per cento, con 3,4 milioni di euro in meno, alla musica andrà il 14,10 per cento del fondo unico per lo spettacolo;
 

a fronte dei tagli effettuati, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo sconsiderati, diventa, dunque, indispensabile investire nell'intero settore culturale con strategie di lungo periodo e con risorse certe e continuative; alcune possibili fonti di finanziamento possono essere le seguenti:
 

a) si possono distribuire in maniera più intelligente i tagli lineari definiti con le manovre di finanza pubblica, recuperando finanziamenti per i settori della conoscenza e della cultura;
b) si possono abolire le province, che, secondo quanto emerge dal rapporto Italia 2008 dell'Eurispes, porterebbe ad un risparmio di almeno 10,6 miliardi di euro, pur nell'ipotesi che il personale delle province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati secondo la Ragioneria generale dello Stato) venisse reimpiegato in altre amministrazioni o istituzioni locali;
c) si può attuare la graduale e progressiva riduzione delle spese militari, a partire dall'abolizione del «Programma F-35» e dal ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan;
d) si possono abolire i rimborsi elettorali pari a 91 milioni di euro, relativi a queste ultime elezioni, comprensivi di quelli già rifiutati dal Movimento 5 Stelle con una semplice rinuncia sottoscritta e firmata, alla portata di qualsiasi altra forza politica;
e) si possono abolire i contributi elettorali ai partiti;
f) si possono da subito abolire i finanziamenti diretti e indiretti all'editoria;
g) si possono ridurre le indennità parlamentari;
h) si possono abolire gradualmente le risorse destinate alle scuole paritarie;
 

è dovere delle istituzioni favorire la realizzazione dei sistemi di istruzione e formazione più aperti al territorio, che prevedano una maggiore integrazione sistemica con gli organismi territoriali che intervengono per la risoluzione delle problematiche sociali e familiari, che rispondano meglio al benessere dei cittadini e della comunità in cui vivono, al loro sano sviluppo culturale e ad una piena occupazione nella società con adeguato reddito;
 

è dovere delle stesse istituzioni attuare riforme, continuando contemporaneamente a investire nei sistemi di istruzione e formazione per rispondere alle sfide socioeconomiche che ci si presentano, sfruttando meglio le potenzialità che le nuove tecnologie offrono in termini di promozione dell'innovazione e della creatività, per rinnovare i processi di insegnamento-apprendimento;
 

non si può più consentire lo sperpero dell'immenso patrimonio culturale italiano attualmente in atto; è, quindi, imprescindibile garantire l'accesso e la fruizione delle risorse culturali del Paese, potenziando la struttura ricettiva dei musei, con evidente impatto positivo sull'industria del turismo e sull'occupazione;
 

è necessario introdurre meccanismi virtuosi di reperimento e distribuzione delle risorse nel settore dello spettacolo, anche traendo spunto dalle soluzioni adottate in altri Paesi europei,

impegna il Governo:

ad adottare politiche che concentrino risorse aggiuntive sul settore della conoscenza ed un piano di rientro di massimo 2 anni delle risorse sottratte nella XVI legislatura al settore cultura, scuola e università, individuando fonti di finanziamento reperibili nell'immediato;

a non perdere di vista l'importanza di investire nella scuola, nella preparazione dei giovani, nella valorizzazione dei saperi, anche restituendo al ruolo dei docenti la centralità che loro compete, affinché quello italiano diventi un sistema di istruzione veramente innovativo e capace di interpretare la complessità del presente e di garantire più certezze nel futuro;
 

a ricoprire tutte le cattedre vacanti prima dell'inizio dell'anno scolastico 2013/2014, anche con un piano triennale di assunzioni che preveda la stabilizzazione del maggior numero di docenti precari, con l'inserimento organico nella scuola di nuove figure professionali (psicologi, pedagogisti tutor, consiglieri di orientamento, specialisti nella gestione di disabilità gravi, consuler, educatori) e con investimenti in formazione in itinere qualificata per i docenti orientata alle best practice in Italia e in Europa;
 

a programmare la costruzione di un sistema integrato e trasversale che coinvolga formazione, università, nuove tecnologie e linguaggi plurimediali, biblioteche, editoria, eventi, musei, valorizzazione del patrimonio artistico, start-up, turismo, infrastrutture locali, trasporti sostenibili e comunicazione;
 

a prevedere un piano di messa in sicurezza degli edifici scolastici per l'adeguamento strutturale di tutti i plessi nell'arco di 4 anni, con una maggiore entità di fondi per le regioni del Sud e per le Isole fortemente penalizzate con la ripartizione regionale dei fondi destinati all'edilizia scolastica (decreto ministeriale del 3 ottobre 2012 – Gazzetta Ufficiale n. 7 del 9 gennaio 2013);
 

a prevedere un sistema che garantisca adeguate risorse per gli istituti che hanno risultati qualitativi più bassi, al fine di aumentare lo standard qualitativo del sistema scuola italiano ed evitare di penalizzare i territori con maggior disagi sociali ed economici;
a ripristinare pienamente la possibilità di esercitare il diritto allo studio con opportuni fondi adeguati a garantire borse di studio e strutture di accoglienza per gli studenti che non hanno le opportunità economiche per sostenere i costi dell'università, valutando tra questi i più meritevoli;
 

a ridiscutere il metodo di finanziamento delle università, legando il fondo di finanziamento ordinario a meccanismi che valutino l'effettivo impatto socio-economico che il laureato ha nella società, rivedendo il meccanismo del costo standard per studente;
a coordinare e selezionare con le università, i centri di ricerca e le imprese, i progetti di ricerca prioritari nei settori nei quali il Paese può diventare leader e sui quali concentrare le risorse finanziarie e umane e a favorire l'insediamento nei territori, anche sulla base dei risultati conseguiti da tali ricerche, di imprese innovative, con capitali reperiti sul mercato;
 

a realizzare un piano di investimenti pluriennale per i beni culturali, non limitandosi ad interventi straordinari dettati solo dall'urgenza e dalla contingenza, ma attraverso una seria programmazione che veda il coinvolgimento e la responsabilizzazione delle regioni;
 

a prevedere forme di agevolazione, anche di tipo fiscale, per gli operatori del settore dello spettacolo, riconoscendone il valore culturale, al fine di garantirne la sopravvivenza in questo momento di crisi che colpisce, soprattutto, le individualità e le piccole realtà artistiche.

sabato 1 giugno 2013

Al passo con i tempi in un contesto che cambia alla scuola e università il compito di sostenere il tutto senza risorse umane ed economiche adeguate

Il governatore della Banca d'Italia a gamba tesa: è urgente ridurre le tasse, ma anche contrastare la mancanza di lavoro; addio alle vecchie professioni, largo ad una formazione professionale che copra un'intera vita lavorativa fatta di mobilità e cambiamento. A scuola e università il compito di sostenere il tutto. Gli studenti: ripensare il welfare.

Fanno clamore le parole del governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, che il 31 maggio, nel corso dell'Assemblea Annuale ha chiesto di rilanciare il Paese attuando il prima possibile “un sistema di riforme efficaci e lungimiranti”. Visco ha spiegato che è necessario, in particolare, puntare su tagli selettivi, ma anche applicare la riduzione del carico che tartassa il lavoro. Perché è la mancanza di lavoro la spina nel fianco del nostro sistema e la piaga che affligge in particolare i più giovani.

“Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi 25 anni”, ha detto il governatore. E ancora: “in molti casi, varate le riforme, hanno tardato, talvolta ancora mancano, i provvedimenti attuativi; non sono cambiati i comportamenti dell'amministrazione. E' un tratto ricorrente dell'esperienza storica del nostro Paese: le principali difficoltà non risiedono tanto nel contenuto delle norme, quanto nella loro concreta applicazione”.

Largo, quindi, ad una adeguata "riduzioni di imposte (…) privilegiando il lavoro e la produzione". Per poi anche specificare che "il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l'occupazione e l'attività d'impresa".
E il “fuoco” di Visco è puntato soprattutto sui giovani per il cui ingresso e permanenza da occupati nel mondo del lavoro "vanno poste le condizioni per sfruttare appieno strumenti e agevolazioni già previsti dal nostro ordinamento". Nella stessa giornata, forse non a caso, vengono pubblicatigli ultimi dati Istat sui tassi di disoccupazione: dal 2007 il numero di chi cerca lavoro è di fatto raddoppiato, attestandosi all'11,7% (sono oltre 3 milioni) lo scorso marzo e attorno al 40% tra i più giovani.

Ed a loro che Visco dedica la parte finale del suo intervento. Il mondo del lavoro, d'altra parte, vede ormai la progressiva scomparsa di vecchie professioni e "negli anni a venire i giovani – ha ricordato il governatore della Banca d’Italia - non potranno semplicemente contare di rimpiazzare i più anziani nel loro posto di lavoro". Alla luce di queste considerazioni Visco chiede che siano assicurate le condizioni per la nascita e crescita di nuove imprese e generare nuove opportunità di impiego.
In particolare, in un mondo del lavoro ormai percorso da caratteristiche nuove, secondo il governatore "la formazione professionale andrà sviluppata per coprire un'intera vita lavorativa caratterizzata dalla mobilità e dal cambiamento, da tutelare con rafforzati sistemi di protezione e assicurazione, pubblici e privati, nei periodi di inattività". A scuola e università spetterà quindi il compito di sostenere questo processo garantendo un'istruzione adeguata per qualità e quantità, "mirando con decisione ad accrescere il livelli di apprendimento e a sviluppare nuove competenze".
Le parole di Visco sono, a ben vedere, in linea con quelle pronunciate a fine marzo, a commento della “fotografia” impietosa Istat-Cnel sull’avanzare della disoccupazione tra i giovani italiani. Negli ultimi 5 anni, aveva evidenziato il governatore, "il tasso disoccupazione giovanile è sceso molto di più che per le persone più adulte. Quando c'è' una recessione - ha proseguito - ci dovrebbe essere la tendenza a investire di più in formazione e istruzione ma ci vogliono le risorse e la percezione che questo serva. La percezione non c'è - ha riconosciuto Visco - questo spiega il 28 per cento di giovani disoccupati al nord e il 40 per cento al sud. Quello che è mancato è stata una forte domanda di ricerca di conoscenza". Il problema, insomma, rimane sempre quello.

A sostenerlo sono anche gli studenti, secondo cui i dati Istat odierni hanno evidenziato “come la disoccupazione giovanile sfiori i 42 punti percentuali, con un aumento esorbitante nell'ultimo anno. “Il Governo Letta – dice Federico Del Giudice, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza - continua, come avevano fatto i predecessori, a dire che la priorità sono i giovani e la disoccupazione giovanile. I fatti dimostrano il contrario, visto che le politiche fin ora attuate dall'Esecutivo parlano solo di contentini ai vari partiti della maggioranza mentre negli ultimi anni sono stati smantellati i sistemi di welfare e di istruzione e è stato ulteriormente precarizzato il mondo del lavoro". Secondo il portavoce dell’associazione studentesca “è necessario ripensare il welfare introducendo in Italia forme di Reddito, specialmente il Reddito di Formazione che possa guidare i giovani dal percorso di formazione al mondo del lavoro”.

giovedì 16 maggio 2013

A fronte di tanta "magnificenza" c'è da sperare nell'eclissi di sole








Gentili candidati,
l’Università e la Ricerca pubbliche in Italia versano in condizioni disperate, i problemi da affontare sono molti e il compito del futuro Rettore del nostro
piccolo e periferico Ateneo Udinese è gravoso.
I tagli governativi hanno avuto delle ricadute pesantissime con il blocco del turnover e la quasi totale sparizione dei fondi ministeriali per la ricerca pubblica. Basti pensare che per il bando del 2012, alle 14 aeree disciplinari il governo Monti ha destinato solo 38 milioni di euro: un insulto alla dignità e alla professionalità di migliaia di ricercatori. 
Nel complesso, questa situazione, lungi dal nuocere a fannulloni e nepotisti, penalizza le componenti più produttive e vitali anche nel nostro Ateneo.
Alla penuria di fondi si sommano i problemi causati dal nuovo sistema di reclutamento e progressione delle carriere basato su rigidi indicatori stabiliti Anvur che presentano ricadute negative nel loro utilizzo soprattutto sui più giovani che sono spinti a pubblicare molto e molto fretta, scegliendo settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità, a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità.
L’università e la ricerca in Italia hanno bisogno di una cura, ma questa non deve uccidere il paziente, come purtroppo sta accadendo, è urgente un cambio di strategia.
Se in Italia la classe politica e dirigente continuerà solo a sbandierare proclami elettorali e agende virtuali, se l’Istruzione, l'Università e la Ricerca pubbliche verranno fatte morire, il decadimento del nostro Paese sarà sempre più veloce e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico ci sommegerà definitamente.
Auspichiamo che il Neo Ministro Carrozza abbia la forza di mettere in atto misure efficaci che introducano un nuovo sistema di valutazione per l’assegnazione dei finanziamenti, per il reclutamento e la progressione delle carriere, basato su qualità, etica e responsabilità.
Però, dato che l'attuale nostro Rettore, pur nella sua Magnificenza, non è riuscito a farlo, il futuro Rettore come rappresentante legale ma, soprattutto come espressione della nostra Comunità Accademica locale, saprà essere portavoce delle nostre istanze? 
Saprà essere comunicatore del nostro grido, non più di allerta per un pericolo immanente ma, di dolore per il danno arrecato al Paese?  
Saprà nella gestione dell'Ateneo contrastare la tendenza gravemente lesionistica in atto?



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mercoledì 8 maggio 2013

ELEZIONI RETTORE UNIUD (8 maggio 2013)

Elezioni Rettore

risultati prima votazione, quorum richiesto 363 

De Toni:    327 
Pascolo:      75 
Sechi:       166 
bianche      25. 

Nessun eletto al primo turno, ma con questi numeri De Toni è eletto la prossima volta.

Comunque vada a Lui, o ad altro candidato che risulti eletto, vanno i nostri complimenti ma, anche la nostra viva e vibrante preoccupazione per la situazione di grave crisi in cui versa l'Ateneo e l'intero sistema dell'Istruzione, l'Università e la Ricerca nel nostro Paese. 
A nostro avviso siamo in una situazione senza prospettive se si insiste pervicacemente con l'approccio neoliberista che ha dominato la "riforma".
Come noto, il CoUP privilegia il modello di una Università intesa come luogo di produzione, sviluppo e trasmissione della conoscenza, per il progresso ed il miglioramento della società umana, e come patrimonio istituzionale di carattere pubblico, cioé appartenente ed accessibile all’intera società, secondo i principi della Costituzione repubblicana. 




venerdì 26 aprile 2013

IL VOTO E' PREZIOSO: ESPRIMERLO E’ UNA DICHIARAZIONE DI FIDUCIA



In vista dell’apertura dei seggi elettronici (vedi)  per le elezioni del Rettore dell'Ateneo di Udine, vogliamo ricordare che IL VOTO E' PREZIOSO ed esprime una volontà di scelta e una delega precisa. 
Riteniamo che rimarcare questo concetto sia utile per inviare un messaggio preciso ai candidati affinché  esprimano principi programmatici in linea con le proposte che abbiamo presentato.
In particolare, per le questioni che attengono direttamente al piano dell’organizzazione interna dell’Ateneo, abbiamo proposto un cambio di rotta rispetto alle politiche dell’attuale Direzione Generale, una sburocratizzazione ed un alleggerimento delle incombenze dipartimentali, con trasferimento di competenze ai Consigli di Corso di Laurea e  riattivazione delle strutture di gestione della didattica che facevano capo alle ex-Facoltà, una revisione in senso democratico dello Statuto.
Per le questioni che attengono alla gestione del finanziamento ordinario e del reperimento di risorse, abbiamo proposto un ripensamento sulle sedi periferiche, scelte chiare per la chiusura dei corsi di laurea non sostenibili, una politica di riequilibrio dei finanziamenti regionali per il sostegno concreto alla ricerca, alle biblioteche, alle attrezzature scientifiche.
Per le questioni che attengono al ruolo istituzionale del Rettore rispetto al Ministero ed al Governo, abbiamo proposto condotte conseguenti che salvaguardino la natura intrinseca della nostra istituzione, contro le ventilate trasformazioni in teaching schools, contro le federazioni di facciata che mascherano solo ridimensionamenti di spesa, contro le campagne per un’internazionalizzazione che è solo la parola d’ordine di una cortina propagandistica tesa ad occultare il grave sottofinanziamento, per un reale diritto allo studio, per una corretta e pianificata politica di reclutamento che abolisca i ricercatori a tempo determinato e riconosca la dignità di tutti i docenti universitari, in definitiva per il superamento dell'ignobile Legge 240/2010, tristemente nota come riforma Gelmini.
Lo Statuto dell'Università di Udine prevede un mandato plenipotenziario al Rettore di sei anni.  Il problema non tanto è la durata, quanto l’accentuazione del ruolo imperiale del Rettore che la riforma Gelmini consente e che il nostro Statuto ha diligentemente recepito, in forza delle scelte adottate con la regia della prof.ssa Compagno. Purtroppo non abbiamo sentito molte critiche al riguardo da parte dei candidati al rettorato.
Quanto sopra indicato marcherebbe una discontinuità netta rispetto alla precedente gestione, con un Rettore che rappresenterebbe il movimento delle comunità accademiche di fronte al progetto strisciante di svuotamento dell’Università pubblica, attuato attraverso l’inaridimento progressivo della ricerca scientifica, della formazione superiore e, in definitiva, del futuro di questo Paese.      
 
In vista del momento di esprimere il voto nel segreto dell'urna-computer suggeriamo una riflessione pacata attraverso una clip ironica ed amara tratta dal film “Signore e Signori, buonanotte” un lavoro italiano satirico del 1976, scritto e diretto da Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli e Ettore Scola, riuniti nella Cooperativa 15 maggio.

mercoledì 17 aprile 2013

Contributo CoUP all'Assemblea d'Ateneo per le candidature a Rettore: Soluzioni per un impegno programmatico.

Le soluzioni da prospettare ad un Rettore
 
L’assemblea dello scorso 26 marzo 2013, che abbiamo indetto nel quadro del ciclo di incontri della comunità accademica iniziato lo scorso dicembre, ha registrato un animato dibattito sulle richieste da porre al prossimo Rettore della nostra Università. 
Sono state evidenziate le preoccupanti difficoltà del quadro generale e locale, in cui dovrà operare la nostra comunità, e le scelte possibili che per conto di essa dovrà compiere il Rettore. 
E’ emersa una generale convergenza sull’opportunità di indicare linee da seguire per ragionevoli soluzioni ai numerosi problemi in campo, piuttosto che porre domande per giudicare le risposte.
In quest’ottica, le questioni che avevamo identificato come problematiche all’ordine del giorno vanno innanzitutto raggruppate per tipologie, in relazione alle parti e/o controparti che ciascuna chiama in causa. Proprio in base alle platee sollecitate, possiamo individuare tre diversi blocchi di questioni.

Burocrazia, Democrazia e Statuto: snellimento delle procedure burocratiche mediante una riattivazione delle strutture amministrative che facevano capo alle ex-Facoltà; cambio strategia della Direzione Generale; trasparenza degli atti degli organi collegiali; modifica statutaria per una designazione elettiva del CdA; 

questioni che attengono direttamente al piano dell’organizzazione interna dell’Ateneo, con scelte che dipendono direttamente dal Rettore e dagli organi collegiali.

Scelte di bilancio: reperimento di risorse per sostegno interno alla ricerca, alle biblioteche ed al parco strumentale; ripensamento sulle sedi periferiche; chiusura di corsi di laurea non sostenibili per distanziamento dai requisiti minimi;

questioni che attengono alla gestione del finanziamento ordinario (FFO) e del reperimento e gestione di finanziamenti regionali e privati, con le politiche relative di iniziativa del Rettore che, per esempio, puntino ad un riequilibrio degli stanziamenti regionali – oggi troppo concentrati sull’industria – a favore delle università.

Trasformazioni istituzionali: Teaching School, una prospettiva da respingere per rimanere Università; Federazione (Trieste, Verona, Venezia, Padova), possibile solo su base di investimento per potenziamento;

Diritto allo studio e reclutamento: mantenimento delle borse di dottorato senza perdere risorse da destinare ad apprendistato scientifico in industrie; contenimento delle tasse universitarie; allargamento della base dei docenti di I e II fascia; abolizione dei ricercatori TD e ripristino di ricercatori TI;
 
questioni che attengono al ruolo del Rettore come rappresentante di una comunità rispetto al Ministero ed al Governo e che richiedono un impegno di condotta per salvaguardare la natura universitaria della nostra istituzione, nell'ambito di politiche per correzioni essenziali alla Legge 240/2010. 

Correzioni che solo il Parlamento ha la possibilità di apportare, ma che devono provenire dal movimento delle comunità accademiche, di fronte alla prospettiva di svuotamento progressivo dell’elaborazione e della ricerca scientifica, della formazione superiore e, in definitiva, del futuro di questo Paese.














sabato 9 marzo 2013

Studiare all'Università secondo diversi "Modelli Paese: Finlandia

Testo tratto da:   http://www.guidafinlandia.it/vita-finlandia/studiare-in-finlandia/studiare-finlandia/ 

Studiare in Finlandia: numerose possibilità di studio anche agli stranieri, a costi praticamente nulli.

Non ci sono tasse per studiare in Finlandia

L’educazione superiore in Finlandia è gratuita per tutti, e questo è un grosso incentivo alla mobilità internazionale. 
Sono molti infatti gli studenti di Paesi dove frequentare l’università è un privilegio dei più abbienti. 
Il costo della vita è molto alto in Finlandia, e per risiedere a lungo nel Paese è necessario dare conto (questo almeno in teoria) alle autorità della possibilità di provvedere alle spese di base senza pesare sulle strutture sociali del Paese. 
A meno di essere sponsorizzati da genitori o parenti, è necessario sostenersi trovando un impiego. 
Aiutatevi con la nostra guida su come trovare lavoro in Finlandia 
http://www.guidafinlandia.it/trasferimento-finlandia/lavorare-in-finlandia/come-trovare-lavoro-finlandia/

 

Il sussidio agli studenti

Gli studenti finlandesi godono di un sussidio (opintotuki) che lo Stato da loro per incentivare (o rendere possibile) l’educazione superiore. Questo sussidio è diviso in due parti, una borsa di studio fissa (opintoraha) ed una variabile in relazione all’affitto che si paga (asumistuki). Per cui se uno studente vive con i genitori o possiede un appartamento proprio prende solo l’opintoraha, mentre se paga un affitto prende tutti e due. 
L’asumistuki ovviamente non copre tutto l’affitto: fino ai 252€ viene coperto l’80% della quota, tutto quello che supera la soglia deve essere sborsato dallo studente. 
Il totale massimo di opintotuki che si può ricevere è 470€ al mese per un totale massimo di 55 mensilità. Con una somma del genere coprire le spese di base è molto difficile (a Helsinki poi, dati gli affitti alti, è praticamente impossibile), per cui quasi tutti gli studenti lavorano part-time o ricevono un prestito per studenti, garantito dallo Stato. 
Gli studenti stranieri ovviamente non ricevono il sussidio… a meno di essere cittadini europei e di avere risieduto nel Paese per due anni per motivi non legati all’educazione (ad esempio per lavoro) prima di iniziare a studiare.

 

Test d’ingresso all’università in Finlandia

Se è vero che l’Università è gratuita, c’è da aggiungere che non è propriamente aperta a tutti. 
Innanzitutto la lingua d’istruzione ufficiale, almeno all’Università, è il finnico, e per alcuni corsi di laurea è previsto anche lo svedese. 
Esiste solo una manciata di corsi di laurea la cui lingua di insegnamento è l’inglese, e si tratta di lauree a contenuto molto specialistico. 
Per i corsi di laurea in lingue moderne è necessario avere inoltre una conoscenza approfondita della lingua in questione (a meno che si tratti di una lingua asiatica o africana). 
La situazione migliora nelle facoltà scientifiche, dove è possibile concordare con l’insegnante della letteratura in inglese. 
L’ultima parola spetta sempre al singolo docente, per cui non è possibile dare indicazioni generali. 
Nei Politecnici e nelle scuole applicate al contrario esistono numerosi corsi di laurea in inglese, gettonatissimi dagli studenti stranieri
È ovviamente possibile mettersi d’accordo con i singoli professori per preparare gli esami con letteratura in inglese, ma ciò è a discrezione dei docenti.
Infine, a limitare l’accesso ai corsi di laurea ci pensano gli esami d’ammissione. 
Per poter entrare in una qualsiasi Università o Politecnico è necessario superare un esame d’accesso che verte sulla materia del corso di laurea o sulle discipline accessorie. 
Molto spesso vengono indicati anche i testi da studiare per le prove d’accesso. 
Tutte le informazioni riguardo agli esami sono comunicate in largo anticipo dalle segreterie a coloro che vengono invitati a partecipare alle prove. 
La selezione è generalmente molto dura: in palio ci sono solo pochi posti per ogni corso di laurea, e non è cosa inaudita sentire che qualcuno ha provato 4-5 volte ad entrare in una scuola o in un corso di laurea particolarmente ambito. 
Alcune università (come quella di Helsinki), per alcuni corsi di laurea prevedono delle quote per stranieri e organizzano prove di accesso in inglese. 
Le quote sono comunque piuttosto basse e i requisiti in termini di punteggio sono leggermente più alti rispetto a quelli degli studenti finlandesi. 
In particolare vige la regola che, per essere ammesso, lo studente straniero deve totalizzare nella prova di selezione un punteggio non inferiore a quello totalizzato dall’ultimo nella graduatoria degli studenti ammessi al corso di laurea.
L’accesso alle lauree di secondo livello per uno studente straniero solitamente non comporta un esame di accesso, ma è previsto un altro tipo di selezione che dipende largamente dal regolamento interno della Facoltà. 
Solitamente è richiesta una lettera di presentazione da parte di un docente dell’Università in cui ci si è laureati, ma è anche possibile che si venga invitati ad un colloquio sulla cui base viene decisa l’idoneità del candidato ad entrare nell’Università.

http://www.guidafinlandia.it/vita-finlandia/studiare-in-finlandia/studiare-finlandia/