venerdì 22 febbraio 2013

Assemblea in UniUD, mercoledì 20 marzo ore 17: Le domande da porre ad un Rettore

Assemblea dell’Università di Udine

Mercoledì 20 marzo 2013, ore 17 
Piazzale Kolbe 4, Udine  –   Aula A 
Le domande da porre ad un Rettore


Cari colleghi,
lo scorso 6 febbraio si è svolta l’assemblea della comunità accademica di Udine, sul tema “Tra progetti di federazione e segnali di dismissione della ricerca: costruire un impegno per l’Università”.  Come annunciato, all'assemblea ha partecipato il  Magnifico Rettore, accompagnata dal Delegato alla Ricerca, prof. Morgante. 

Dopo un’introduzione che ha riassunto il clima indotto  dalla pubblicistica denigratoria sull'Università  a fronte dei segnali di svuotamento dell’istituzione, del persistente sotto-finanziamento e delle percezioni di isolamento rispetto alle realtà locali, sono state presentate al Rettore le domande riguardanti le prospettive di federazione inter-ateneo  che avevano destato interrogativi sui riassetti organizzativi ed il diritto allo studio.
La risposta molta articolata del Rettore ha esaminato il quadro istituzionale dei finanziamenti all'Università di Udine a fronte degli impegni, evidenziando le criticità che giustificano le ipotesi federative.  In questa luce è emerso chiaramente il quadro riduttivo entro cui si muovono tutte le misure che definiscono le tappe della federazione.  Possiamo affermare che un progetto di federazione che si muova  in una cornice restrittiva come dal contesto descritto dal Rettore è solo da rifiutare in blocco.
La conclusione è dettata da una semplice convinzione: l’Università deve essere l’istituzione pubblica che promuove  e migliora la produzione e la trasmissione della scienza. 

Come documentato da evidenze schiaccianti sull'Università italiana,  nelle attuali condizioni di sostanziale sottodimensionamento, di esiguità della spesa universitaria pubblica rispetto al PIL, di livello qualitativo in termini di produzione scientifica e standard della formazione,  non possiamo accettare un piano teso solo ad un ridimensionamento riduttivo delle strutture esistenti. 
Si tratta una mossa, per il momento subdola,  per scardinare la consistenza e la qualità dell’Università italiana,  allo scopo di ridurne significativamente le dimensioni, favorendo nel contempo iniziative private, per una platea di utenti che dovrebbe divenire sempre più elitaria.
Il confronto sulle problematiche della federazione porta a concludere che qualsiasi iniziativa in tal senso si giustifica solo  se conduce ad un effettivo guadagno da parte di tutti  i federati. 

In termini concreti, questo significa che una federazione ha senso solo per migliorare, e migliorare, nella condizione attuale dell’Università italiana, significa aumentare le risorse perché gli sprechi che ci vengono addebitati sono solo faziose invenzioni a confronto dell’esiguità degli stanziamenti ricevuti. 
Non c’è bisogno di federazioni per individuare situazioni problematiche visto che queste possono essere riconosciute e corrette, secondo legge ed onestà intellettuale, dai singoli Atenei.
Questi temi saranno ancora centrali nel prossimo futuro e riteniamo debbano impegnare al confronto con la comunità universitaria il prossimo Rettore. 

Per questo vogliamo mettere a punto una serie precisa di quesiti da proporre ai candidati alla carica rettorale in sede di riunione plenaria  di presentazione
Per discutere ed elaborare questi quesiti proponiamo di tenere la prossima assemblea della comunità universitaria il 20 marzo 2013  (ore 17,  p.le Kolbe, aula A).




venerdì 8 febbraio 2013

In Assemblea condivisione della Compagno e dei presenti del bilancio sulla condizione dellUniversità e dell'Ateneo




















Per quelli che ritengono che i benefici dell'istruzione universitaria siano solo privati


Federconsumatori: UNIVERSITA' - Comunicato stampa del 31 gennaio



Università: diminuiscono i laureati e si blocca la mobilità sociale 

Negli ultimi 10 anni gli iscritti all’università sono diminuiti del 17%, mentre le tasse universitarie aumentano costantemente: addirittura +7% solo nell’ultimo anno (dati O.N.F. - Osservatorio Nazionale Federconsumatori).
I dati forniti dal Cun (consiglio Universitario nazionale) denunciano inequivocabilmente come sia stato leso, di fatto, il diritto allo studio, soprattutto delle famiglie meno abbienti e si sia bloccata la mobilità sociale.
Anche la contrazione dei docenti (-22%) conferma che il nostro Paese non investe più in sapere, innovazione e ricerca. 
Accanto alla fuga dei cervelli ormai si è consolidata l’idea che la laurea non garantisca più migliori possibilità lavorative. Del resto, il lavoro professionale è mal pagato: il reddito dei professionisti iscritti alla gestione separata INPS è di 16.555 euro lordi annui, in calo del 30% negli ultimi 5 anni (elaborazioni su dati INPS 2011).
 Tutto questo ci rende  inadempienti rispetto alle direttive europee, che chiedono agli Stati membri di investire sul futuro delle giovani generazioni garantendo l’accesso ai saperi e alle professioni e, soprattutto, mette il nostro Paese in grave difficoltà nella competizione internazionale.
Di fronte a questa situazione, dichiarano Federconsumatori e UdU, è necessario un piano straordinario che inverta una tendenza che sta diventando strutturale.
L'Italia è uno dei paesi in Europa con il minor tasso di laureati per abitante, questi dati ci dicono che la situazione peggiorerà drasticamente nei prossimi anni. Se il sistema Italia vuole uscire dalla peggior crisi economica della sua storia repubblicana, deve assolutamente ripartire dall'università e dai suoi giovani, ma senza investimenti e con soli tagli questo è impossibile.

http://www.federconsumatori.it/ShowDoc.asp?nid=20130131171708&t=

 






mercoledì 6 febbraio 2013

La follia burocratizzante impera con il DM 30.01.2013, n. 47

Consentitemi una domanda, ma il tempo che noi "impieghiamo" per soddisfare questi obblighi burocratici, riorganizzando i nostri corsi di laurea, come può essere calcolato nel bilancio "produttivo" del sistema universitario? 
La chiamano qualità ma adempiere al decreto ministeriale comporta, fare questa "roba" (Relazione di riesame, SUA) oltre al Rad (modello A, B1 e B2).
E' evidente che tutta questa attività per garantire l'offerta formativa AA per AA sottrae tempo alle attività per cui un Ateneo viene davvero valutato (didattica & ricerca): questo malus, da quale bonus è compensato?

"Se il controllo della qualità non è in sé una cattiva idea, lo stesso non si può dire del modo in cui il Ministero, basandosi sulle indicazioni dell’ANVUR, ha scelto di metterla in pratica. Annunciato da un comunicato stampa del Ministro, è infine uscito il D.M. 47 del 30/1/2013 che recepisce il documento sull’Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento (A.V.A.) di sedi universitarie e corsi di studio, diffuso dal ANVUR nel luglio scorso. 
L’obiettivo è ambizioso. Scrive il Ministro nel comunicato stampa: “Le attività di valutazione [...] dovranno verificare e accertare la qualità della didattica e della ricerca, dei corsi di laurea, dell’organizzazione delle sedi e dei corsi di studio, nonché la presenza e i requisiti delle strutture al servizio degli studenti, come le aule e le biblioteche, il resto degli strumenti didattici e tecnologici e, non ultimo, la sostenibilità economico-finanziaria dell’ateneo.” Per chi non sta alle regole la pena è capitale: “Il rispetto di tali requisiti sarà condizione necessaria per ricevere l’accreditamento iniziale.”  Gli atenei dovranno assicurarsi di rientrare nei parametri stabiliti dal Ministero per ricevere l’accreditamento iniziale (e quindi di poter rimanere aperti) entro il 4 marzo 2013: quattro settimane scarse!
Fra tutti i requisiti per l’accreditamento iniziale delle sedi richiesti dal D.M. 47 ci sono due vincoli quantitativi: uno è posto sulla quantità massima erogabile di didattica (misurata in ore di didattica erogata dai docenti), quello che nei documenti dell’ANVUR e nel D.M. 47 viene chiamato “indicatore DID”; l’altro concerne la numerosità massima degli studenti per corso di studio.  Entrambi i valori dipendono dal numero di docenti dell’ateneo. Vi è poi un terzo indicatore, riferito alla “sostenibilità economico/finanziaria” che rende più stringenti i requisiti per istituire nuovi corsi di studio. Gli altri requisiti si riferiscono alla struttura organizzativa e burocratica che gli atenei devono mettere in piedi per sostenere il processo di accreditamento. In questo articolo ci concentriamo sui requisiti quantitativi della didattica erogabile e della numerosità degli studenti, rimandando ad altra occasione l’esame delle procedure amministrativo-burocratiche richieste per l’accreditamento.

Per proseguire nella lettura clicca QUI 



sabato 2 febbraio 2013

Tra progetti di federazione e segnali di dismissione della ricerca: costruire un impegno per l’Università


Assemblea dell’Università di Udine
 
Mercoledì 6 febbraio 2013, ore 17

Piazzale Kolbe 4, Udine  –   Aula A

L’assemblea del 16 gennaio scorso,  indetta da CoUP sui temi riassunti nella comunicazione riportata in calce,  è stata un momento di riflessione produttivo, cui hanno partecipato numerosi colleghi docenti e amministrativi, alcuni responsabili delle organizzazioni studentesche ed alcuni rappresentanti politici.
L’assemblea ha condiviso e sviluppato le tesi proposte per stimolare una presa di coscienza fattiva. 

In particolare abbiamo sottolineato:
 

a) la totale strumentalità e falsità delle argomentazioni di molti influenti opinionisti di ispirazione neoliberale che trasversalmente insistono sulla necessità di un ridimensionamento del sistema universitario, teorizzando la separazione didattica-ricerca;
b) le incognite e i pericoli che il cammino verso modelli di atenei federati tuttora presenta, anche senza nessuna pregiudiziale contrarietà a riassetti organizzativi che prevedano federazioni di atenei;
c) le implicazioni della ristrutturazione e riduzione dell'offerta di formazione universitaria rispetto al diritto allo studio.
 

Il dibattito ha evidenziato ulteriori elementi di un quadro critico che si sta delineando per l’Ateneo di Udine, in particolare in relazione alla assenza di coinvolgimento della cittadinanza e degli organismi politici regionali, dei margini di manovra limitati dell’amministrazione comunale, della disattenzione e di interessi divergenti, quando non in competizione, del tessuto economico-imprenditoriale.
E’ emerso chiaramente che la rilevanza dei temi trattati impone di proseguire ed approfondire il dibattito avviato, auspicabilmente mediante un confronto diretto ed urgente con il Rettore che, manifestata la propria disponibilità all’incontro con la comunità accademica, ha poi precisato la data del prossimo 6 febbraio per una sua partecipazione.
Un’assemblea aperta a tutti è perciò convocata il giorno 6 febbraio 2013, alle ore 17 presso il polo Kolbe (Aula A, P.le Kolbe 4, Udine).

CoUP – Coordinamento per l’Università Pubblica – Udine


http://uniudpubblica.blogspot.it/



Convocazione precedente
Tra progetti di federazione e dismissione della ricerca: quale futuro per l'Università di Udine?
Nel quadro delle problematiche aperte dall’attuazione della riforma Gelmini, emerge la ragione vera alla base delle scelte di sottodimensionamento e sottofinanziamento dell’Università italiana che la riforma istituzionalizza e per cui predispone una governance fortemente accentrata nella figura dei rettori e dei direttori generali.
Il progetto di ridimensionamento del settore della formazione superiore e di progressivo svuotamento delle istituzioni accademiche pubbliche, corrispondente ad una netta limitazione del diritto allo studio, si delinea sempre più come piano di ridefinizione dei vari atenei in strutture rivolte alla sola didattica e strutture complete, dove la didattica sia affiancata anche dalla ricerca.
Questa scelta è totalmente sbagliata rispetto alle necessità del Paese e discende solo dalla politica di disimpegno complessivo e smantellamento dello stato sociale che viene perseguita nell’ottica dominante neoliberista.
Il piano di ridimensionamento della spesa pubblica per l’istruzione superiore va respinto. Come suggerito dai colleghi di ROARS (http://www.roars.it/online/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/), dobbiamo ricordare che:

1. l’Italia ha solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34-esimo posto su 37 nazioni;
2. l’Italia è solo trentunesima su 36 nazioni per quanto riguarda la spesa per educazione terziaria rapportata al PIL;
3. durante la crisi, mentre in 24 nazioni su 31 la spesa complessiva in formazione cresceva in rapporto al PIL, in Italia la spesa non solo è diminuita ma ha subito il calo più pesante di tutte le nazioni considerate ad eccezione dell’Estonia;
4. la spesa cumulativa per studente universitario è inferiore alla media OCSE e ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate;
5. le tasse universitarie sono tra le più alte in Europa: l’Italia è quarta dopo Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo.

In base a questi fatti il progetto da sostenere è completamente opposto a quello perseguito dalla riforma Gelmini e dalle politiche ad essa conseguenti. Le università non vanno smantellate, bensì potenziate. Le competenze scientifiche esistenti non vanno dismesse, bensì valorizzate. La dislocazione attuale delle sedi universitarie non è un problema, bensì una risorsa che va ampliata e articolata per qualificare ed innalzare il livello di formazione dei giovani. Questa prospettiva, infatti, è l’unica possibile per affrontare le difficoltà crescenti dell’economia globalizzata con gli strumenti di una competenza scientifica diffusa di alto livello.
Nel contesto dello svilimento complessivo delle strutture accademiche, l’Università di Udine sembra purtroppo destinata a diventare un polo satellite di una federazione veneto-friulana di atenei,  un polo destinato alla sola didattica o, al massimo, una sede didattica con qualche marginale attività di ricerca (biotecnologie agrarie?).
Anche senza nessuna pregiudiziale contrarietà a riassetti organizzativi che prevedano  federazioni di atenei, riteniamo necessario evitare quelle operazioni che, col pretesto della razionalizzazione amministrativa e dell’economia di scala, attuino solo ridimensionamenti netti delle strutture esistenti, compromettendo i loro livelli di incisività qualitativa e quantitativa. Vogliamo ribadire che la difesa delle attività scientifiche e delle professionalità che operano a Udine non muove da alcuna spinta localistica, ma riflette solo la ferma convinzione del ruolo centrale che la ricerca scientifica ha nell’istituzione accademica: l’Università ha senso solo se la didattica è strettamente legata alla ricerca.
Le competenze e la sviluppo di scuole in numerose e diverse aree scientifiche sono il patrimonio di oltre 30 anni di lavoro dei ricercatori udinesi, un patrimonio che non può essere dissipato perché, come l’Università pubblica, è un bene comune che ha bisogno solo di continuità.
L’Università di Udine trae la sua ragione d’essere da questa attività di ricerca scientifica e la stessa  città di Udine ne ha tratto e continua a trarne vivacità e stimoli. Per difendere tutto ciò, per discutere e trovare le strategie di un movimento, per focalizzare queste tematiche specifiche nel quadro più generale di una risposta alla riforma Gelmini, abbiamo indetto un’assemblea aperta a tutti  il 16 gennaio  2013, alle ore 17 presso il polo Kolbe (Aula A, P.le Kolbe 4, Udine).


venerdì 1 febbraio 2013

Diritti costituzionali calpestati: che sia oboleta la Costituzione o in mala fede chi giura e/o ha giurato sulla Costituzione ?


mfurfaro  
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Articolo 34 della Costituzione italiana.

MARCO FURFARO – Nell’Italia dei Professori non abbiamo più studenti

 Un articolo che non viene rispettato, anzi. Ma che dà luogo a un’illusione collettiva per una generazione cresciuta e formatasi grazie alle fatiche dei propri genitori: quelli che vedevano il conseguimento della laurea per i figli come il biglietto vincente per l’entrata nel mercato del lavoro, quelli per cui loro avrebbero dovuto avere una vita più serena, un lavoro migliore del loro. Niente di tutto questo.

Nel paese in cui si parla di merito, a sproposito, da circa vent’anni, uno studente su quattro non ottiene la borsa di studio nonostante l’abbia vinta. Questo perché l’Italia è l’unico paese Ocse in cui esiste l’insopportabile figura dello “studente idoneo non beneficiario”: studenti che hanno vinto la borsa, per le condizioni economiche (svantaggiate) della propria famiglia e perché in pari con gli esami (il merito), ma che gli viene negata per mancanza di fondi. Qualcosa di incostituzionale, a leggere sopra, ma che sembra interessare molto poco la classe dirigente di questo paese. A coloro cui la borsa viene erogata non va molto meglio: nel Lazio, per esempio, l’Azienda regionale per il diritto allo studio ha concesso la borsa in molti casi con ben due anni di ritardo.
Anche per questo diminuiscono le immatricolazioni all’università. Perché non c’è solo la precarietà di una generazione, c’è la povertà che imperversa, il lavoro che manca e che restringe le possibilità di accedere agli studi formativi, di pagarsi l’Università, un affitto e tutto i costi di un soggetto in formazione.
Negli ultimi dieci anni, gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Come abbondantemente scritto in queste ore, è come se in un decennio fosse scomparso un intero ateneo di grandi dimensioni, ad esempio la Statale di Milano.

Per proseguire nella lettura clicca QUI 
 

giovedì 24 gennaio 2013

Petizione: DIAMO SPERANZA ALL’UNIVERSITA’ PER DARE SPERANZA ALL’ITALIA

Ai Segretari nazionali di tutti i partiti politici

DIAMO SPERANZA ALL’UNIVERSITA’ PER DARE SPERANZA ALL’ITALIA
Si conclude la XVI legislatura repubblicana, una delle peggiori per l’università: pesanti tagli (tra cui spiccano quelli del finanziamento ordinario e dei progetti di ricerca di interesse nazionale per il 2013); drastica riduzione dei docenti; forte calo delle immatricolazioni; perenne insufficienza degli interventi per il diritto allo studio; chiusura di ogni opportunità di reclutamento per i giovani ricercatori. Un’inflazione di norme e adempimenti imbriglia il sistema e sottrae un’infinità di tempo al lavoro didattico e di ricerca danneggiandone la qualità. Un nuovo centralismo lede gli spazi di autonomia e democrazia nel sistema, negli atenei e persino nei singoli dipartimenti. Intanto si susseguono martellanti attacchi mediatici, spesso basati su dati fasulli.

Facciamo appello alla migliore politica, a tutti i partiti che si confronteranno nelle prossime elezioni, all’opinione pubblica che ha a cuore il destino dell’Italia, perché dicano basta a questa situazione e si impegnino a dare nuove prospettive al sistema unitario del sapere costituito da scuola, università e ricerca pubbliche. La politica ritrovi, al di là delle maggioranze, una concordia di fondo sulle strategie: sono necessari anni per vedere i frutti degli investimenti in formazione e ricerca, ma servono decenni per rimettere in sesto un sistema colpito da estesi disinvestimenti. Non c’è più tempo da perdere.


Facciamo appello in particolare alle forze politiche che si riconoscono in una scelta riformista e progressista per la società italiana. Ritrovino una presenza attiva nel tessuto vivo dell’università e della ricerca, una nuova capacità di misurarsi con i loro problemi. L’occasione della prossima campagna elettorale va colta per affermare una netta inversione di rotta e per testimoniare indefettibile sostegno alla grande maggioranza di persone che, nonostante carenze e difficoltà, lavorano, studiano, insegnano, fanno ricerca con serietà e passione, sovente con ottimi risultati.


Certo, non tutto funziona come dovrebbe e occorre riconoscere gli errori commessi. Ma si abbandonino sterili schemi censori e autoritari, diffusi anche dall’agenzia nazionale di valutazione e talora basati su parametri inaffidabili. Si punti invece ad un continuo e diffuso miglioramento qualitativo delle attività didattiche e di ricerca, senza concentrarsi esclusivamente sulle pur benemerite isole di eccellenza.


L’università e la ricerca hanno bisogno di fiducia e di sicurezza del quadro normativo e finanziario. La fiducia è la condizione essenziale per arrestare l’emorragia di risorse finanziarie e umane e per predisporre subito, ad imitazione delle politiche anticicliche adottate dalla quasi totalità dei Paesi avanzati negli ultimi anni di crisi, un quadro certo di investimenti per la crescita mirati sulla cultura e sull’innovazione, con l’obiettivo di riallinearli gradualmente almeno agli standard medi europei. Senza fiducia e senza sicurezza le attività di didattica e ricerca avanzate sono destinate a deperire.


L’università e la ricerca non hanno bisogno di ulteriori riforme epocali quanto piuttosto di essere liberate dai mille laccioli che le hanno progressivamente soffocate in un labirinto tecnocratico di minute regole quantitative o burocratiche. Occorre sfrondare senza remore questa giungla: sarebbe una prima riforma positiva senza costi. Occorre credere senza esitazioni, conformemente al dettato della nostra lungimirante Costituzione, nell’autonomia delle università e degli enti di ricerca, innalzando nel contempo la loro piena responsabilità e associandovi una credibile valutazione dei loro risultati.


Il divario formativo che ci separa dall’Europa e dal mondo avanzato in termini di numero di laureati va colmato, incentivando l’iscrizione all’università e l’ingresso tempestivo dei laureati nel mondo del lavoro, dedicando molto maggior sostegno ai meno abbienti, restituendo all’alta formazione il ruolo di equo ascensore sociale e di promotrice di benessere. Agli studenti meritevoli si aprano le porte delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca per dare all’Italia una classe dirigente ben preparata e una spinta decisa all’innovazione in ogni campo. Il potenziamento del capitale umano è la prima politica pubblica da recuperare, l’unica affinché l’Italia imbocchi di nuovo un cammino di crescita e di successi.


Nello stesso tempo si ricordi che non c’è università se non c’è ricerca e non c’è ricerca se non c’è ricerca universitaria pubblica e libera. L’esame critico delle conoscenze esistenti e il loro continuo ampliamento è nella natura stessa di ogni università italiana o europea: guai a pensare di poterne fare a meno. La ricerca pubblica ha subìto una drammatica contrazione di risorse finanziarie e logistiche, spesso dirottate su altri assi di intervento che si sono rivelati produttori di scarsa innovazione e fonti di sprechi. Si punti a riequilibrare il finanziamento alla ricerca universitaria e pubblica in ogni campo disciplinare, ciascuno necessario ad un armonico sviluppo culturale ed economico.


Infine università e ricerca non possono fare a meno delle migliori intelligenze delle nuove generazioni, quelle che stiamo costringendo all’estero in decine di migliaia ogni anno. I nuovi meccanismi di reclutamento si sono rivelati fallimentari. Mai l’università era apparsa tanto chiusa ai giovani brillanti come oggi, mai la carriera universitaria tanto incerta anche per i più meritevoli tra i docenti in servizio. E’ urgente rimediare perché il virus della resa sfiduciata di professori e ricercatori non si diffonda come un’epidemia.


Siamo consapevoli che l’Italia è in difficoltà, sappiamo che non possiamo chiedere la luna e non la chiediamo. Ma vogliamo che parlamento e governo prossimi mettano in cima alla loro agenda scuola, università e ricerca. Mostrino attenzione e rispetto per loro, per le persone più appassionate e competenti che vi lavorano, per i giovani. Sicuramente lo meritano.


Un Paese che non ama la sua università non ha speranze, perché non ama il suo futuro.



Per firmare clicca QUI

 

lunedì 21 gennaio 2013

Programma elettorale a 5 stelle e da rivoluzione civile: ISTRUZIONE


  • Abolizione della legge Gelmini
  • Diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole con l'accesso per gli studenti
  • Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l'accessibilità  via Internet in formato digitale
  • Insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall'asilo
  • Abolizione del valore legale dei titoli di studio
  • Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica
  • Valutazione dei docenti universitari da parte degli studenti
  • Insegnamento gratuito della lingua italiana per gli stranieri(obbligatorio in caso di richiesta di cittadinanza)
  • Accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie
  • Investimenti nella ricerca universitaria
  • Insegnamento a distanza via Internet
  • Integrazione Università/Aziende
  • Sviluppo strutture di accoglienza degli studenti 
http://www.beppegrillo.it/movimento/2010/08/istruzione.html


http://www.rivoluzionecivile.it/manifesto-io-ci-sto/
3) Vogliamo una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati e una sanità pubblica con al centro il paziente, la prevenzione e il riconoscimento professionale del personale del settore;

sabato 19 gennaio 2013

News dall'Assemblea CoUP del 16 gennaio 2013


Cari colleghi,

l’Assemblea del 16 gennaio scorso è stata un momento di riflessione produttivo, cui hanno partecipato numerosi colleghi docenti e amministrativi, alcuni responsabili delle organizzazioni studentesche ed alcuni rappresentanti politici.

L’assemblea ha condiviso e sviluppato le tesi proposte per stimolare una presa di coscienza fattiva e che hanno sottolineato:

a) la totale strumentalità e falsità delle argomentazioni di molti maitre a penser neoliberali che trasversalmente insistono sulla necessità di un ridimensionamento del sistema universitario, teorizzando la separazione didattica-ricerca;

b) le incognite e i pericoli che il cammino verso modelli di atenei federati tuttora presenta;

c) le implicazioni della ristrutturazione e riduzione dell'offerta di formazione universitaria rispetto al diritto allo studio.

Il dibattito ha evidenziato ulteriori elementi di un quadro critico che si sta delineando per l’Ateneo di Udine, in particolare in relazione alla assenza di coinvolgimento della cittadinanza e degli organismi politici regionali, dei margini di manovra limitati dell’amministrazione comunale, della disattenzione e di interessi divergenti, quando non in competizione, del tessuto economico-imprenditoriale.

E’ emerso l’interesse ad un confronto diretto e urgente con il Rettore su queste tematiche, sulla base della sua dichiarata disponibilità.

L’assemblea ha perciò deciso di riconvocarsi a breve, appena verificate le compatibilità di possibili date, per assicurare la partecipazione del Rettore.

Il CoUP si impegna ad inviare tempestivamente la relativa comunicazione.


mercoledì 19 dicembre 2012

ASSEMBLEA: Tra progetti di federazione e dismissione della ricerca: quale futuro per l'Università di Udine?


Assemblea dell’Università di Udine

Mercoledì 16 gennaio 2013, ore 17 
Piazzale Kolbe 4, Udine  –   Aula A
Tra progetti di federazione e dismissione della ricerca:  quale futuro per l'Università di Udine?
 

Nel quadro delle problematiche aperte dall’attuazione della riforma Gelmini, emerge la ragione vera alla base delle scelte di sottodimensionamento e sottofinanziamento dell’Università italiana che la riforma istituzionalizza e per cui predispone una governance fortemente accentrata nella figura dei rettori e dei direttori generali.

Il progetto di ridimensionamento del settore della formazione superiore e di progressivo svuotamento delle istituzioni accademiche pubbliche, corrispondente ad una netta limitazione del diritto allo studio, si delinea sempre più come piano di ridefinizione dei vari atenei in strutture rivolte alla sola didattica e strutture complete, dove la didattica sia affiancata anche dalla ricerca.

Questa scelta è totalmente sbagliata rispetto alle necessità del Paese e discende solo dalla politica di disimpegno complessivo e smantellamento dello stato sociale che viene perseguita nell’ottica dominante neoliberista.

Il piano di ridimensionamento della spesa pubblica per l’istruzione superiore va respinto. Come suggerito dai colleghi di ROARS (http://www.roars.it/online/universita-e-ricerca-prime-proposte-roars-per-una-discussione/), dobbiamo ricordare che:

  • l’Italia ha solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34-esimo posto su 37 nazioni;
  • l’Italia è solo trentunesima su 36 nazioni per quanto riguarda la spesa per educazione terziaria rapportata al PIL;
  • durante la crisi, mentre in 24 nazioni su 31 la spesa complessiva in formazione cresceva in rapporto al PIL, in Italia la spesa non solo è diminuita ma ha subito il calo più pesante di tutte le nazioni considerate ad eccezione dell’Estonia;
  • la spesa cumulativa per studente universitario è inferiore alla media OCSE e ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate;
  • le tasse universitarie sono tra le più alte in Europa: l’Italia è quarta dopo Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo.
In base a questi fatti il progetto da sostenere è completamente opposto a quello perseguito dalla riforma Gelmini e dalle politiche ad essa conseguenti.  Le università non vanno smantellate, bensì potenziate. Le competenze scientifiche esistenti non vanno dismesse, bensì valorizzate. La dislocazione attuale delle sedi universitarie non è un problema, bensì una risorsa che va ampliata e articolata per qualificare ed innalzare il livello di formazione dei giovani. Questa prospettiva, infatti, è l’unica possibile per affrontare le difficoltà crescenti dell’economia globalizzata con gli strumenti di una competenza scientifica diffusa di alto livello.

Nel contesto dello svilimento complessivo delle strutture accademiche, l’Università di Udine sembra purtroppo destinata a diventare un polo satellite di una federazione veneto-friulana di atenei,  un polo destinato alla sola didattica o, al massimo, una sede didattica con qualche marginale attività di ricerca (biotecnologie agrarie?). 

Anche senza nessuna pregiudiziale contrarietà a riassetti organizzativi che prevedano  federazioni di atenei, riteniamo necessario evitare quelle operazioni che, col pretesto della razionalizzazione amministrativa e dell’economia di scala, attuino solo ridimensionamenti netti delle strutture esistenti, compromettendo i loro livelli di incisività qualitativa e quantitativa. 


Vogliamo ribadire che la difesa delle attività scientifiche e delle professionalità che operano a Udine non muove da alcuna spinta localistica, ma riflette solo la ferma convinzione del ruolo centrale che la ricerca scientifica ha nell’istituzione accademica: l’Università ha senso solo se la didattica è strettamente legata alla ricerca.

Le competenze e la sviluppo di scuole in numerose e diverse aree scientifiche sono il patrimonio di oltre 30 anni di lavoro dei ricercatori udinesi, un patrimonio che non può essere dissipato perché, come l’Università pubblica, è un bene comune che ha bisogno solo di continuità.

L’Università di Udine trae la sua ragione d’essere da questa attività di ricerca scientifica e la stessa  città di Udine ne ha tratto e continua a trarne vivacità e stimoli. 


Per difendere tutto ciò, per discutere e trovare le strategie di un movimento, per focalizzare queste tematiche specifiche nel quadro più generale di una risposta alla riforma Gelmini, abbiamo indetto un’ Assemblea aperta a tutti  il 16 gennaio  2013, alle ore 17 presso il polo Kolbe (Aula A, P.le Kolbe 4, Udine).



martedì 18 dicembre 2012

CRUI, CUN e CNSU atenei a rischio chiusura

COMUNICATO CRUI-CUN-CNSU 
(18 dicembre 2012)

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) 
Il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) 
Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU)

DENUNCIANO

il taglio di 400 milioni di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario per l'anno 2013 che provocherà una situazione di crisi gravissima ed irreversibile per il Sistema Universitario italiano.
A causa di questo ulteriore taglio, successivo ad altri avvenuti nelle precedenti leggi finanziarie, le Università non saranno più in grado di garantire la formazione, la ricerca, i servizi agli studenti e più in generale lo sviluppo tecnologico e culturale del Paese.
I tre Organismi di rappresentanza istituzionale del Sistema Universitario lanciano con forza l'allarme sul collasso che colpirà inevitabilmente la maggior parte degli Atenei italiani se il Senato della Repubblica non provvederà a ripristinare questi 400 mln di euro necessari alla sopravvivenza delle Università già pesantemente sottofinanziate.
CRUI, CUN e CNSU denunciano quella che si sta oggi configurando come una violazione dei diritti irrinunciabili e costituzionalmente garantiti della formazione e della ricerca a solo detrimento del futuro e delle opportunità lavorative delle prossime generazioni.

Il presidente della CRUI: Marco Mancini
Il presidente del CUN: Andrea Lenzi
Il presidente del CNSU: Mattia Sogaro

 

domenica 2 dicembre 2012

Non si può assistere inerti ad una situazione così insostenibile.

Una controriforma che soffoca l'università
APERTURA - Antonio Cavaliere
Eliminare la figura del ricercatore a tempo indeterminato è come immaginare un'università di soli professori, un'amministrazione pubblica fatta di soli dirigenti o un giornale fatto di soli direttori. Così dilaga la precarietà e la fuga dei cervelli
Tra i guasti della riforma Gelmini dell'Università - e delle contestuali politiche di tagli della spesa pubblica -, quello forse più grave tocca le vite di tanti giovani che della ricerca e della didattica universitaria hanno fatto il loro impegno di studi.
La riforma, come è noto agli addetti ai lavori, ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con quella del ricercatore precario, a tempo determinato. Contestualmente, la logica dei tagli di spesa ha comportato continue riduzioni del fondo di finanziamento universitario - l'ultima è quella pianificata dal cosiddetto governo dei «tecnici» -: con la conseguenza che è sempre più difficile assumere nuovi professori. Non si dica, quindi, che l'abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato consegue l'obiettivo di «democratizzare» l'Università assumendo tutti nel ruolo dei professori; perché non sono state poste le condizioni strutturali per questo, ma per il contrario, cioè per un sostanziale blocco delle assunzioni. Oltretutto, quell'obiettivo, ammesso che lo si volesse davvero raggiungere, sarebbe già di per sé irragionevole, perché immaginare un'Università di soli professori è come immaginare un'amministrazione pubblica fatta solo di dirigenti, un giornale fatto solo di direttori, e così via: cioè un'organizzazione del lavoro priva di ruoli diversificati. E comunque, se ciò che sta a cuore dei riformatori fosse veramente la libertà del ricercatore, certamente non gioverebbe alla stessa l'aver ridotto i ricercatori, prima stabili, a precari! Il solo vero risultato dell'abolizione del ricercatore a tempo indeterminato è stato quello di aver tolto a giovani studiosi maturi per quel ruolo la possibilità di conseguirlo stabilmente.
I tagli fanno sì che al pensionamento di molti docenti corrisponda l'impossibilità di un ricambio generazionale nell'Università pubblica; e ciò rende sempre più difficile lo stesso svolgimento dei compiti didattici e di ricerca da parte dei docenti, spingendo inesorabilmente gli Atenei verso l'adozione del numero chiuso e, quindi, verso la limitazione del diritto allo studio universitario. Con il risultato di favorire gli interessi privati delle Università private, magari telematiche, dei veri diplomifici sovente di alto costo e pessima qualità.
In tale contesto, suona davvero come una presa in giro l'aver bandito recentemente un concorso nazionale per l'abilitazione alla docenza, laddove non vi saranno i fondi per assumere i docenti; si consideri che già oggi non sono pochissimi i professori che, pur vincitori di concorso, non possono essere assunti dalle Università per mancanza di risorse. E pensare che, secondo i dati ministeriali, sono decine di migliaia gli aspiranti alla prossima abilitazione, ovvero alla disoccupazione!
Ma ciò che più lascia sgomenti è la desertificazione dell'Università dai giovani cervelli che l'infausta riforma - avallata anche dal centrosinistra «democratico» - e la sua pedissequa attuazione da parte dei politicissimi «tecnici» recano con sé. Da sempre l'Università si regge sul lavoro precario e spesso gratuito di giovani cultori della materia; ebbene, per loro la riforma, la sua attuazione «tecnica» e la contestuale politica di tagli lineari, anziché porre fine ad un tale intollerabile stato di cose, hanno significato soltanto più precarietà e gratuità, fino a sancire nei fatti ciò che si dichiara con inquietante cinismo, cioè l'essere un'intera generazione di giovani ormai «perduta».
Di questa generazione perduta fa parte, ad esempio, il cultore della materia al quale non si può dare più un contratto per le attività didattiche integrative che svolge: inizialmente, perché la riforma Gelmini escludeva coloro che non avessero già un reddito di almeno 40.000 euro (avete letto bene, quarantamila annui; nessun neolaureato li guadagna, e se li guadagnasse non avrebbe certo bisogno di un contratto!), e ora, semplicemente, perché non ci sono i fondi. C'è, poi, il dottorando senza borsa - si tratta di circa un terzo dei dottorandi - che, per il suo lavoro di ricerca e di aiuto alla didattica, non solo non riceve un euro, ma deve pagare fino a duemila euro l'anno di tasse d'iscrizione; c'è il dottore di ricerca, che dopo aver investito tre anni e più nell'Università si trova drammaticamente senza sbocchi e per giunta, sostanzialmente, senza la possibilità di spendere altrove il titolo conseguito; e c'è colui che, dopo il dottorato, ha continuato a lavorare nell'Università, magari ricevendo per qualche tempo una retribuzione precaria - assegni di ricerca, borse postdottorato - ed ora, dopo lustri, dico lustri, di lavoro si vede disperatamente precluso un futuro lavorativo.
La conseguenza di tutto ciò è che un professore, ormai, quando si vede davanti un neolaureato promettente e con la passione per la ricerca, se ha un minimo di senso di responsabilità deve prospettargli realisticamente una graticola di un decennio - se va tutto bene! - vissuta precariamente e magari a proprie spese, e, quindi, deve consigliargli di cercare altrove il riconoscimento delle proprie capacità. Con il risultato contrario all'interesse dell'Università e della ricerca: quello della fuga dei cervelli.
E non si pensi che coloro che resisteranno alle frustrazioni del precariato e tenteranno l'abilitazione siano selezionati, con la riforma, secondo criteri di merito! Le farraginose procedure di selezione, frettolosamente e confusamente approntate dalle burocrazie del ministero Profumo, fanno infatti leva sul criterio della quantità di pubblicazioni; bisogna superare la «mediana» per concorrere all'abilitazione. Dunque, pubblicare molto, anche a discapito della qualità; spezzettare i lavori, fare in fretta pur di fare numero: ecco un altro meccanismo «criminogeno», distruttivo della vera ricerca, che richiede naturalmente tempo ed approfondimento. Ma questo sarebbe un altro, lungo discorso.
Non si può assistere inerti ad una situazione così insostenibile. Occorre una mobilitazione dell'intero mondo accademico e della società civile, che esiga una vera e propria rivoluzione copernicana delle recenti politiche dell'Università, per restituire ai giovani studiosi e, quindi, alla didattica e alla ricerca stesse, un futuro.



sabato 17 novembre 2012

La Redazione di Roars festeggia il primo anno di attività


La Redazione di ROARS festeggia un anno memorabile alla vigilia del primo convegno svoltosi a Roma mercoledì 14 novembre.
In un anno a Redazione di ROARS ha cercato di offrire contributi utili per una discussione aperta e documentata sulla politica dell’università e della ricerca, sui temi della valutazione, della scientometria e della bibliometria.

Per iscriversi a Roars Review vai qui

 

Finalmente dopo sei mesi gli esiti della consultazione on-line sul Valore Legale dei titoli di studioli

Di seguito Cloniamo integralmente il post del BLOG ANVUR CRONACA
 senza aggiungere commenti

A distanza di sei mesi dalla chiusura della consultazione pubblica on-line sul tema del c.d. “valore legale del titolo di studio”, promossa dal Governo all’inizio dell’anno, ed a cui nel nostro blog abbiamo dato ampio spazio, sono stati finalmente comunicati i risultati ufficiali del Questionario proposto.
Il lieto evento si è verificato nel corso di un’audizione del Sottosegretario MIUR Elena Ugolini alla VII Commissione del Senato avvenuta il 23 ottobre scorso, e su cui abbiamo avuto modo di dirigere la nostra attenzione solo ora. A dire il vero, in sede di presentazione del Questionario, il Ministero prometteva qualcosa di più, e cioè che «Al termine della consultazione, i contributi ricevuti saranno pubblicati, in forma anonima, sul sito istituzionale del MIUR. Il Ministero elaborerà anche un documento riepilogativo che sarà oggetto di pubblicazione». Non ci risulta però che tali forme di diffusione dei risultati siano state ancora predisposte, ed uno dei motivi può senz’altro essere desunto dalla stessa audizione, laddove la Ugolini, dopo aver comunicato che «le risposte inoltrate al Ministero sono state 24.217», ed aver fornito i dati in suo possesso,
«fa presente che sono state fornite 15.163 risposte al quesito 15, che - ribadisce - dava la possibilità di fornire ulteriori osservazioni o proposte sugli argomenti discussi. Tali risposte non sono state tuttavia ancora elaborate»
Se tanto mi dà tanto, possiamo intuire che un po’ tutte le parti qualitative del Questionario (i.e. le risposte estese, opzionali per certi quesiti) sono ancora allo stato grezzo nei database del MIUR, e infatti il sottosegretario ha riferito solo le cifre riguardanti le parti “a risposta multipla” delle prime 14 domande, senza fare cenno ai “riquadri complementari”, pur presenti ed utili su alcuni punti per comprendere le opinioni dei rispondenti.

Comunque sia, pensiamo di fare cosa utile al pubblico riportando in calce a questo articolo, in forma sintetica, i risultati riferiti dalla Ugolini. A titolo di breve commento, possiamo riassumere l’opera del Ministero dicendo che il ritardo e parzialità con cui sono stati comunicati questi risultati non possono che suggerire una opinione complessiva abbastanza negativa di questa iniziativa, di cui avevamo comunque condiviso lo spirito iniziale. Speravamo cioè che una simile consultazione potesse servire a complementare i lavori già fatti dalla VII Commissione in sede di “indagine conoscitiva”, e che erano stati conclusi in modo abbastanza buono. Da notare, infatti, a questo riguardo, la replica finale piuttosto stizzita del Presidente di Commissione Guido Possa
«ad avviso del quale una consultazione telematica su un argomento così complesso come il valore legale della laurea risulta di assai dubbia legittimità. Una scelta di tal genere sottintende infatti una profonda sfiducia nella democrazia rappresentativa, cui invece compete l’esame e la soluzione di tematiche così delicate. Non a caso, del resto, la Commissione ha condotto a termine un’approfondita indagine conoscitiva su questo tema, conclusasi con l’approvazione di un documento articolato e ponderato.
Il questionario predisposto per la consultazione pubblica testimonia invece la totale inadeguatezza di un siffatto strumento di fronte ad un tema così importante e ricco di implicazioni giuridiche e sociali.
Deplora pertanto l’ingiustificata sfiducia evidentemente nutrita dal Governo rispetto al sistema democratico e censura il tentativo di aggirare la complessità con scelte superficiali.»
Dato credito al commento bipartisan di Possa, ricordiamo solo, qui, i principali risultati del questionario, che sono tre, e in parte già resi noti da “soffiate di stampa”:
  • quello relativo al primo quesito, secondo cui il 74% delle risposte giudica positivamente la necessità del possesso di uno specifico titolo di studio per poter esercitare una specifica professione, il 10% lo valuta negativamente e il 16% ritiene che dipenda dal tipo di professione;
  • quello relativo alle disposizioni dei bandi di concorso che prevedano l’attribuzione di punteggi aggiuntivi a coloro che abbiano conseguito un voto di laurea elevato, che vengono valutate negativamente dal 46,3% delle risposte e positivamente dal 44,2%;
  • quello relativo alla “differenziazione qualitativa dei titoli di studio nominalmente equivalenti”, che viene ritenuta negativa dal 53,8% delle risposte perché creerebbe distinzioni basate su criteri opinabili, mentre è positiva per il 39,7% dei partecipanti al questionario.


Notiamo fra altro che la Ugolini non ha fornito il dato numerico di quanti hanno risposto alle singole domande (tranne la 15, già ricordata), questione rilevante per decifrare il significato delle percentuali, e in particolare quelle riferite ai quesiti di tutto il terzo blocco (riguardante la “differenziazione qualitativa”).

Complessivamente, non possiamo far altro che ribadire quanto abbiamo già scritto a più riprese su questo blog: meno ideologia, più approfondimento dei problemi, dibattito basato su punti precisi e non generici, questi sono i precetti che ci sembrano ineludibili nella trattazione delle politiche pubbliche su questo tema.

Quesito 1
Come giudicate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determinata professione?
a) Positivamente, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo: 74%
b) Negativamente, perché la necessità di possedere uno specifico titolo di studio impedisce che soggetti con competenze acquisite attraverso l’esperienza pratica e/o attraverso studi personali possano esercitare una determinata professione: 10%
c) Dipende dal tipo di professione: 16%

Quesito 2
Come valutate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per l’ammissione all'esame di abilitazione per l’esercizio di una professione?
a) Positivamente, perché il possesso di uno specifico titolo di studio è garanzia di preparazione adeguata e consente di selezionare, fin da subito, gli ammessi all'esame di abilitazione: 71,1%
b) Negativamente, perché il superamento dell’esame di abilitazione è sufficiente a dimostrare il possesso di adeguate competenze: 19,1%
c) Dipende dal tipo di professione: 9,8%

Quesito 3
Ritenete che vi siano professioni non regolamentate, per le quali dovrebbe essere richiesto uno specifico titolo di studio, attualmente non necessario?
a) Sì: 28,3%
b) No: 71,7%

Quesito 4
Ritenete che vi siano professioni per le quali il titolo di studio oggi richiesto sia eccessivo rispetto al tipo di prestazione che si è chiamati a svolgere?
a) Sì: 23,9%
b) No: 76,1%

Quesito 5
Ritenete necessario il possesso di uno specifico titolo di studio per l'accesso al pubblico impiego?
a) Sì, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce professionalità e competenza da parte di impiegati, funzionari e dirigenti pubblici ed evita un’eccessiva discrezionalità nella loro assunzione: 58,5%
b) No, perché il titolo di studio può essere poco significativo in rapporto alle funzioni da svolgere e il possesso di adeguate competenze dovrebbe essere accertato esclusivamente in sede di svolgimento delle prove concorsuali: 22%
c) Dipende dal tipo di funzioni che si è chiamati a svolgere: 19,5%

Quesito 6
Ritenete necessario il conseguimento di un voto elevato, all’esito del percorso di studi svolto, per partecipare ai concorsi per l'accesso ad alcune tipologie di impiego/qualifiche nella pubblica amministrazione?
a) Sì, perché solo i più meritevoli devono poter accedere a ranghi elevati e/o a funzioni particolarmente qualificate nella pubblica amministrazione: 35%
b) No, perché, indipendentemente dalla votazione finale, il titolo conseguito assicura il possesso delle competenze/conoscenze necessarie: 47,3%
c) Altro: 17,7%

Quesito 7
Come giudicate le disposizioni dei bandi di concorso che prevedono l’attribuzione di punteggi aggiuntivi a coloro che abbiano conseguito un voto di laurea elevato?
a) Positivamente, perché il voto di laurea conseguito è espressione di particolare impegno, bravura e competenza: 44,2%
b) Negativamente, perché il voto di laurea conseguito consente valutazioni comparative, di merito, solo tra studenti dello stesso ateneo: 46,3%
c) Altro: 9,5%

Quesito 8
Ritenete che vi siano concorsi in cui, pur non essendo attualmente prevista, dovrebbe essere richiesta la laurea? Quali in particolare? E quale laurea?
a) Sì: 23,1%
b) No: 76,9%

Quesito 9
Ritenete che vi siano concorsi per i quali il titolo di studio oggi richiesto sia eccessivo rispetto al tipo di funzioni che si è chiamati a svolgere?
a) Sì: 20,7%
b) No: 79,3%

Quesito 10
Come giudicate la necessità che i dipendenti pubblici debbano possedere uno specifico titolo di studio ai fini delle progressioni in carriera c.d. verticali?
a) Positivamente, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce l’idoneità del dipendente a svolgere attività riconducibili all'area funzionale superiore: 56,3%
b) Negativamente, perché il passaggio da un’area funzionale all’altra dovrebbe basarsi, esclusivamente, sulle competenze acquisite attraverso l’esperienza maturata nell'amministrazione e/o attraverso studi personali: 34,2%
c) Altro: 9,5%

Quesito 11
Come giudichereste una differenziazione qualitativa di titoli di studio nominalmente equivalenti?
a) Positivamente, perché darebbe vita ad un sistema maggiormente meritocratico e costituirebbe un incentivo ad una formazione migliore per studenti ed istituzioni scolastiche/universitarie: 39,7%
b) Negativamente, perché creerebbe distinzioni basate su criteri opinabili e potrebbe pregiudicare chi non può accedere alla formazione ritenuta più qualificante: 53,8%
c) Altro: 6,5%

Quesito 12
Per quali finalità ritenete possa essere utile una differenziazione tra titoli di studio nominalmente equivalenti?
a) Per selezionare i partecipanti ad un pubblico concorso ovvero all’esame di abilitazione per l'esercizio di una professione: 21,2%
b) Per attribuire punteggi differenti ai partecipanti ad un pubblico concorso ovvero all’esame di abilitazione per l’esercizio di una professione e ai dipendenti pubblici ai fini delle progressioni in carriera: 44,7%
c) Per altre finalità: 34,1%

Questione 13
Ai fini di un’eventuale differenziazione di titoli di studio nominalmente equivalenti, quali valutazioni ritenete che dovrebbero rilevare?
a) Valutazioni relative all’istituto che ha rilasciato il titolo (esistenza di procedure selettive per l’accesso al corso di studi; numero di studenti; numero di abbandoni; numero di studenti che si laureano con il massimo dei voti; voto medio conseguito; strutture didattiche; curricula dei docenti; piani di studio, etc): 16,7%
b) Valutazioni relative al percorso di studi proprio di ogni soggetto (tempo impiegato per conseguire il titolo; voti conseguiti durante il corso di studi; votazione finale, etc): 27,9%
c) Sia a) che b): 37,4%
d) Altre valutazioni: 18%

Quesito 14
Ai fini di un’eventuale differenziazione di titoli di studio nominalmente equivalenti, chi ritenete che dovrebbe operare le relative valutazioni?
a) Un organismo centrale, che dovrebbe valutare i titoli di studio rilasciati da ciascun istituto autorizzato e/o fornire criteri per valutare il singolo soggetto che abbia conseguito un titolo di studio: 54,7%
b) Ciascuna commissione d’esame o di concorso: non comunicato
c) Ciascuna commissione d’esame o di concorso sulla base di informazioni e criteri generali elaborati ai sensi della lettera a): non comunicato
d) Altro: non comunicato